«Solo un super progetto salverà la città»

23 Febbraio 2016

L’Ordine degli architetti: sviluppo urbano disordinato e troppi spazi vuoti, per rimediare serve una visione ampia

TERAMO. Ad intervenire nel forum sul futuro di Teramo lanciato dal Centro è, per la seconda volta, l’Ordine degli architetti provinciale. Stavolta non su un tema specifico come il parco fluviale e il suo eventuale prolungamento fino al mare, ma sul tema generale della pianificazione urbanistica (finora mancata, e quindi da rilanciare) della nostra città. Tema affrontato, la settimana scorsa, dall’architetto-politico Vincenzo Falasca, che ha auspicato una “rigenerazione urbana” di Teramo basata sul reimpiego degli spazi vuoti e sulla mobilità sostenibile. L’Ordine di cui Falasca fa parte si pone su questo solco, lanciando l’idea di un mega progetto di partenza, una sorta di “idea ampia” (e il più possibile condivisa) da cui discendano tutti i futuri interventi urbanistici.

Scrivono gli architetti teramani: «Premesso che le materie attinenti la pianificazione territoriale e l'urbanistica non si possono limitare alla mera individuazione di aree edificabili, siano esse destinate alla residenza, o a servizi, o alla produzione, o a standard urbanistici, ma devono spaziare e coordinarsi con tematiche sociali, economiche, geografiche, storiche, ecc., e visto il dibattito che, negli ultimi anni, si è accesso sul tema del consumo di suolo, va evidenziato come, nell'ultimo quarantennio, Teramo abbia avuto uno sviluppo poco ordinato, soprattutto in relazione all'espansione urbana. La nascita di nuovi quartieri (Villa Mosca, Colleparco, Colleatterrato, Villa Pavone, La Cona, ecc.) non ha fatto seguire all'espansione edilizia la creazione di servizi di zona adeguati, nè di spazi pubblici per la socialità e la relazione. Lo stesso centro storico, nel contempo, si è svuotato di funzioni, e la realizzazione di centri di interesse, a funzione diversa (commerciale con il centro Gran Sasso, culturale con l'Università, sportiva con il nuovo stadio e il palazzetto dello sport), in luoghi lontani dal centro, tra l'altro raggiungibili quasi solo esclusivamente con l'auto privata, hanno contribuito all'impoverimento del centro cittadino, e alla creazione di zone della città monofunzionali. Il ricco patrimonio edilizio storico di Teramo, primo tra tutti il complesso manicomiale, ma anche l'ex ospedale di corso Porta Romana, le strutture dell'ex Regina Margherita e dell'ex Ravasco, la struttura del Rettorato, il palazzo della Banca d'Italia, non può e non deve rimanere inutilizzato, potendo riassorbire funzioni proprie di un centro urbano e rivitalizzare un nucleo cittadino che tende sempre più a perdere la sua vitalità. La mancanza di fondi, certo, è un problema, ma prima di tutto mancano le progettualità, carenza annosa del sistema amministrativo italiano. E proprio le progettualità potranno salvare questa nostra città, giacchè se non si ha idea di cosa si vuole fare, e come bisogna farlo, non si riuscirà mai ad avere una visione complessiva di cosa sarà Teramo futura, nè tantomeno si riusciranno a reperire i necessari finanziamenti per la realizzazione delle opere necessarie. Quindi ben vengano singoli progetti di riqualificazione, recupero e rivitalizzazione di porzioni del territorio comunale, ma che si crei prima una visione ampia, e quanto più possibile condivisa e strategica, di quella che vorremmo che sia la città del futuro».

Appare evidente da questo intervento (ma anche da quello fatto giorni fa da Falasca e da quello che leggete sotto di Pulcini) come il piano strategico “Teramo 2020” concepito una dozzina di anni fa dall’allora sindaco Gianni Chiodi non abbia attecchito nel mondo delle professioni e sia ampiamente ignorato.

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