«Sono malato, se resto in carcere morirò»
Attentato di Silvi, in aula l’appello del collaboratore di giustizia accusato del tentato omicidio
TERAMO. «In queste condizioni morirò e per questo vi chiedo di andare in un posto in cui potermi curare». Irrompe in un’aula di tribunale l’appello del collaboratore di giustizia imputato nel processo per l’attentato al direttore della Motorizzazione di Chieti Nino Presutti.
Perché nel giorno riservato all’audizione di consulenti tecnici, le parole di Domenico Cricelli, il 50enne calabrese accusato di tentato omicidio insieme al 38enne di Silvi Doriano Mancinelli, scandiscono i primi momenti dell’udienza. L’uomo è gravemente malato e da qualche tempo è stato trasferito nel carcere di Secondigliano. Ma, qui, dice in aula, non è curato. «Da quindici giorni attendo la somministrazione di farmaci indispensabili per me che non arrivano», racconta in aula nelle dichiarazioni spontanee che fa ai giudici, «io chiedo di essere processato da vivo e non da morto. Voglio andare in un posto in cui potermi curare ma se nessuno mi fa uscire morirò presto». A seguire è intervenuto l’avvocato Luigi Li Gotti, suo difensore insieme a Giuseppe Cichella, che rivolgendosi al tribunale (presidente Sergio Umbriano, a latere Lorenzo Prudenzano e Enrico Pompei) ha detto: «Ricordatevi che l’imputato è affidato alla vostra tutela come detenuto e che la giustizia è umanità. Parliamo di un uomo che sta molto male e che chiede aiuto. Abbandonate il formalismo». La difesa chiede che all’uomo, proprio in considerazione delle sue condizioni di salute, vengano concessi gli arresti domiciliari.
Secondo la pubblica accusa Mancinelli è ritenuto l'esecutore materiale dell'attentato (difeso dall’avvocato Gennaro Lettieri) e Cricelli il presunto mandante. L'agguato avvenne alle 7.40 dell'8 giugno del 2016. Presutti, direttore della Motorizzazione di Chieti, originario dell'Aquila e residente a Silvi, uscì come sempre dalla sua abitazione di Silvi, salì sulla sua Toyota e si diresse verso la statale 16. Quel giorno percorse meno di 500 metri: uno Scarabeo 125 rubato a Pescara con in sella un uomo con un casco integrale si affiancò all'auto, dalla parte del guidatore. L'uomo tirò fuori una pistola ed esplose un colpo. Il proiettile, fortunatamente, non raggiunse Presutti: si conficcò nella carrozzeria. Le indagini non hanno fatto emergere nessun movente.(d.p.)
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