Storia travagliata di progetti mai partiti

28 Agosto 2020

Parlano Teramo nostra, Regione, Soprintendenza e Fondazione Tercas: «Gioiello di tutto l’Abruzzo»

TERAMO. È una storia travagliata quella del recupero del teatro romano. Nel giorno della svolta lo testimoniano, insieme alla soddisfazione per il passaggio cruciale dell’acquisizione di casa Salvoni e del moncone di palazzo Adamoli, le parole dei rappresentanti di enti e associazioni chiamati dall’amministrazione comunale a condividere il momento. «Un iter sofferto» lo definisce il dirigente del Dipartimento turismo e cultura della Regione Giancarlo Zappacosta, in rappresentanza dell’assessore Mauro Febbo, che ricorda il primo atto siglato nel 2004 per l’acquisizione e l’abbattimento di palazzo Adamoli e casa Salvoni. «Nel 2008 però l’architetto Martella della Soprintendenza bloccò tutto», ricorda, «non c’era quel concorso di risorse tra istituzioni, lasciando che prevalessero altri interessi forse inconfessabili». Per Zappacosta il teatro romano non è solo di Teramo, ma rappresenta un «patrimonio di tutto l’Abruzzo» che deve puntare su «eventi di attrazione e di fascino» per accentuare l’attenzione sui beni culturali come elemento centrale della fase successiva all’emergenza Covid. «Dobbiamo ripartire con solidarietà», conclude, «mettendo da parte campanilismi esiziali».
L’intervento più sentito, anche per le tante contrarietà incontrare lungo il percorso per dare sostanza al progetto, è quello dei rappresentanti di Teramo Nostra. Il presidente Piero Chiarini ricorda le tante battaglie dell’associazione, portate avanti anche con il supporto di Marco Pannella e di militanti sempre in prima linea. «Ne abbiamo viste di tutti i colori», ricorda, «più cose brutte che belle, ma questa giornata è bellissima». Per Teramo Nostra, ricorda, quei due edifici che nascondono una parte rilevante del teatro romano «sono sempre stati abusivi» e andavano buttati giù da tempo. «Una vergogna» ha rappresentato, secondo Sandro Melarangelo, il primo intervento su palazzo Adamoli acquisito dieci anni fa dalla Regione per essere demolito e invece rimasto in gran parte in piedi con un consolidamento che tutt’ora costituisce un pugno nello stomaco. Il rappresentante di Teramo Nostra cita i primi sondaggi nell’area risalenti al 1902 da parte di Francesco Savini, e lo stanziamento di 50mila lire concesso dal ministro Bottai in epoca fascista. «Quanti soldi sono stati spesi per un recupero mai avviato», sottolinea, «sembrava impossibile, ma ora è praticabile e realizzabile». In rappresentanza della Fondazione Tercas c’è il consigliere Gino Mecca, affiancato dall’ex presidente Enrica Salvatore a cui il sindaco Gianguido D’Alberto rivolge un ringraziamento particolare. «L’ente ha sempre accompagnato questo percorso», ricorda il membro del consiglio d’indirizzo, «in tutti i passaggi fondamentali c’è sempre stato e ci sarà anche in futuro». Stretta è la collaborazione anche con la Soprintendenza archeologica. «Si tratta di un progetto complesso che abbiamo approvato con aspetti da rivedere», rileva il funzionario Vincenzo Torrieri, «lo sforzo maggiore, al di là dell’aspetto conservativo, per la città è riappropriarsi del teatro». (g.d.m.)
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