«Suono in tutto il mondo ma a Teramo vivo bene»

Paolo Di Sabatino, musicista e compositore jazz, ha scelto di non trasferirsi Si dice fiero delle proprie radici e di nutrire un forte legame con l’Abruzzo
TERAMO. Il successo, la fama, le collaborazioni con artisti di tutto il mondo non l’hanno allontanato da Teramo. Il pianista, scrittore, compositore di musica jazz Paolo Di Sabatino rimane fortemente radicato all’Abruzzo e alla sua città natale dove vive con la sua famiglia.
Come è diventato musicista?
«Mio padre è stato anche il mio insegnante e oltre a farmi ascoltare tanta musica è stato proprio colui che mi ha messo fisicamente sullo sgabello del pianoforte. La musica che piace ai tuoi genitori ti “arriva“ e di conseguenza piace anche a te. Anche se poi subentra la curiosità di ogni individuo che spinge a cercare altri riferimenti musicali e artistici, è comunque dalla famiglia che parte tutto».
Come ci si sente ad emergere nel mondo della musica da ragazzo di provincia? Nella sua carriera ha mai subìto delle ingiustizie?
«Credo che le ingiustizie si subiscano in tutti i campi. Bisogna avere una grande pazienza e molto carattere. Quando pensi di meritare qualcosa e vedi che qualcuno ti sorpassa, perché magari è stato più fortunato o ha avuto qualcuno che lo ha segnalato, devi essere consapevole che sono cose che possono accadere. Rimanere a Teramo è stata una scelta ben precisa, sto bene qui e ritengo che la qualità della vita sia una cosa importantissima. I miei obiettivi li sto raggiungendo: sono contento della mia carriera e in più sono contento della mia famiglia».
Quando suona preferisce improvvisare o seguire un “copione”, uno spartito?
«Ho studiato la musica classica e sono fiero delle mie origini: Bach, Beethoven, Chopin… c’è lo sparito, e non si va oltre anche se, ovviamente, si mette del proprio nell’interpretazione. In seguito mi sono dedicato al jazz, in cui si parte da una melodia e poi si improvvisa. “Sinfonico” è un disco che ho realizzato con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese dove c’è una bella sintesi tra queste due cose: il mondo classico e l’arte dell’improvvisazione».
Lei ha portato la sua musica in tutto il mondo: Argentina, Cina, Giappone, Russia e tanti altri Paesi. Quale le ha trasmesso forti emozioni?
«Viaggiare per me è sempre una grande emozione perché porto in giro la mia musica e trovo spesso pubblici molto attenti e sensibili. Un’emozione particolare l’ho provata in Giappone: nell’auditorium il pubblico era in religioso silenzio e mi sembrava di suonare nel salotto di casa. Finito il pezzo ho sentito uno scroscio di applausi che mi ha riempito il cuore. Un’altra bellissima emozione l’ho provata a Buenos Aires, quando suonai un pezzo dedicato proprio a questa città (“Una noche in Baires”, ndc). Ricordo che sentii un applauso fragoroso. Sono quelle cose che non ti aspetti, che arrivano e ti rendono orgoglioso».
Il pubblico teramano, o più in generale quello abruzzese, come accoglie le sue performance?
«Sono molto fiero delle mie radici e devo dire che sento un grandissimo affetto dalla mia regione, nonostante io faccia un genere di musica un po’ di nicchia. Credo molto nelle collaborazioni tra i talenti del territorio perché si creano delle sinergie che possono dare un reale contributo culturale. Per esempio, nel mio ultimo lavoro, al brano “Fantasy” è abbinato un cortometraggio: il protagonista e il regista (rispettivamente Giacinto Palmarini e Ivan D’Antonio, ndr), entrambi abruzzesi, hanno realizzato un vero capolavoro. Sono contento quando c’è energia positiva ed escono fuori i talenti della mia terra».
Le è mai capitato qualcosa di particolare nella sua carriera?
«Quando ho suonato a un matrimonio di nomadi: sapevamo quando sarebbe iniziata la festa, ma non quando sarebbe finita. Abbiamo iniziato la mattina presto e finito a tarda notte. Loro erano gentilissimi. Erano felici e volevano condividere la loro felicità con noi, eravamo parte integrante della festa. Sono esperienze umane che rimangono».
Lei è anche docente al Conservatorio dell’Aquila. Quale consiglio darebbe ai giovani musicisti?
«Stiamo vivendo un periodo culturale difficile: le orchestre chiudono i battenti, i dischi non si vendono. La musica viene scaricata da internet e spesso non ci si rende conto di quanto lavoro c’è dentro tre minuti di canzone. Un messaggio che cerco di far passare ai miei allievi è quello di spronarli ad andare ai concerti e di comprare i Cd, di mettersi dalla parte opposta, perché un giorno saranno loro gli artisti che subiranno tutto questo. Il consiglio che posso dare è di tenere duro e avere pazienza. Cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e mi auguro che sia solo una fase».
Svetlana Stanojevic
Silvia Della Maestra
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