Tancredi: ero solo un consulente non so niente della bancarotta
Il commercialista interrogato nel processo bis sul crac Curti-Di Pietro parla anche delle società estere dei due imprenditori: «Volevano solo uno schermo fiduciario per tutelare le loro attività»
TERAMO. Solo una normale attività di consulenza, di tenuta di contabilità e procure per compravendite: con la bancarotta non ho niente a che fare. E’ questo, in estrema sintesi, quanto ha riferito il commercialista Carmine Tancredi nell’udienza di ieri del processo-bis sul crac Curti-Di Pietro. Il professionista – imputato di concorso in bancarotta fraudolenta, mentre i due imprenditori, già condannati nel processo precedente, devono rispondere questa volta solo di reati fiscali – ha acconsentito ad essere interrogato per dare la sua versione dei fatti. Secondo le accuse Tancredi, ben consapevole della volontà dei due imprenditori di distrarre dei beni di alcune società di cui erano amministratori di fattto, li avrebbe agevolati fornendo loro consigli e suggerimenti in particolare su come dissimulare somme di denaro reclamate dai creditori della Dft grafiche, una delle aziende da loro controllate. Per raggiungere tale scopo gli avrebbe consigliato di rivolgersi alla Colombo fiduciaria di Lugano, per far transitare, tramite vari passaggi societari, somme di denaro dalla Dft a società schermo a loro non direttamente riconducibili.
Ma secondo quanto ha dichiarato Tancredi, interrogato dal pubblico ministero Irene Scordamaglia, l’intenzione di Curti e Di Pietro non era affatto quella di nascondere soldi e altri beni ai creditori, ma avevano altri scopi: da una parte Di Pietro, ha dichiarato il commercialista in aula, si stava separando dalla moglie e aveva quindi interesse a far confluirei suoi beni in una società fiduciaria, mentre Curti, dal canto suo, non voleva far sapere alla concorrenza il fatto che disponeva di un notevole patrimonio né quali fossero le sue attività imprenditoriali. «Per questo», ha spiegato Tancredi, «volevano uno schermo fiduciario». I due scelsero di rivolgersi a una fiduciaria estera e Tancredi li presentò alla società svizzera Colombo, terminando lì suo ruolo.
«Della Dft non sapevo nulla», ha aggiunto in un altro passaggio della sua deposizione, «e anche se sono accusato di concorso nella bancarotta di questa società, ho saputo della sua esistenza solo quando sono stato imputato». Tancredi ha poi parlato di un viaggio in Quatar, effettuato nel 2009, con i due imprenditori, invitati da un parente dell’emiro interessato a costituire una rete di imprese italiane per svolgere attività nel paese arabo. «Ma non l’avevano informata», gli ha chiesto il pm, «che proprio in quel periodo Curti e Di Pietro stavano fallendo?». «No», è stata la secca risposta del commercialista, il quale ha aggiunto che quando, in un secondo momento, aveva saputo delle procedure fallimentari che coinvolgevano alcune società dei due imprenditori aveva rinunciato ai suoi incarichi.
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