Teramo. Caporalato nel cantiere edile. L’accusa: «Vivevano con i topi»

Tre indagati tra cui gli amministratori della società e il caposquadra che si è occupato del reclutamento.
Le indagini dopo la denuncia di due marocchini con lo status di rifugiati politici alloggiati in una baracca
TERAMO
C’è un’inchiesta giudiziaria a raccontare una presunta storia di sfruttamento sul lavoro in un cantiere edile della costa teramana e a mettere in fila pesanti accuse di caporalato in capo ai due amministratori dell’impresa e al caposquadra. A tutti e tre il pm Stefano Giovagnoni contesta l’articolo 603 bis del codice penale che punisce con pene da uno a sei anni l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro.
Perché il caporalato non fa sconti ai territori: è ovunque in questo Paese in cui la storia si ripete nei campi di pomodori del Sud Italia, nelle aziende agricole di Latina finite alla ribalta della cronaca internazionale per la morte del bracciante indiano abbandonato dopo aver perso un braccio in un incidente sul lavoro (pochi giorni fa la condanna a 16 anni dell’imprenditore con la sentenza di primo grado), a Teramo dove mamma e figlio sono a processo con l’accusa di aver sfruttato due cittadini marocchini che per 500 euro al mese e l’alloggio in una roulotte dovevano occuparsi degli animali di una stalla lavorando.
La storia si ripete ancora. Secondo l’accusa ipotizzata dalla Procura in un cantiere edile della costa teramana due cittadini marocchini, entrambi rifugiati politici, per dieci mesi sarebbero stati costretti a lavorare sottopagati, in un ambiente insicuro e alloggiati in una baracca da cantiere. «Esposti alla presenza di ratti e costretti ad usare bombole gpl per cucinare e riscaldarsi con grave pregiudizio per la loro salute e dignità»: così scrive il pm Giovagnoni, magistrato da tempo in prima linea nella tutela e sicurezza sui luoghi di lavoro, nella richiesta di incidente probatorio. Richiesta accolta dal gip Marco Procaccini davanti a cui ieri mattina è stata cristallizzata la testimonianza di una delle due parti offese che ha confermato le accuse. Accuse sempre respinte dai tre indagati. Secondo la Procura i fatti sarebbero avvenuti da febbraio a dicembre 2025, arco di tempo in cui i due – dopo essere stati reclutati dal caposquadra – hanno lavorato nel cantiere e alloggiato in una baracca sempre nello stesso cantiere. Per l’autorità giudiziaria avrebbero lavorato in condizioni di sfruttamento consistito, così si legge negli atti, «a lavorare senza la garanzia del rispetto delle regole di sicurezza e di igiene sul luogo di lavoro, nella corresponsione di retribuzione palesemente sproporzionata rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro prestato e nella sottoposizione a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza e a situazione alloggiative degradanti, approfittando altresì del loro stato di bisogno dovuto alla permanenza in Italia come rifugiati politici».
L’accusa, inoltre, contesta la mancata corresponsione in un caso di 6.300 euro e in un altro di 920 euro. Nell’ambito dello stesso fascicolo la Procura ha contestato anche il mancato rispetto di norme di sicurezza nel cantiere: dalla non conformità dell’impianto elettrico alla presenza di impalcature prive di adeguate protezioni.
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