Teramo Lavoro, respinto il concordato preventivo

26 Ottobre 2014

I giudici: la società non può chiederlo perché equiparata all’ente pubblico Appello del commissario liquidatore a creditori e Provincia: «Tavolo sui debiti»

TERAMO. E’ attingendo alla giurisprudenza comunitaria ma anche a diversi pronunciamenti della Cassazione che il tribunale fallimentare dichiara inammissibile la richiesta di concordato preventivo per Teramo Lavoro, la ex società in house della Provincia per la gestione dei servizi all’impiego in liquidazione da febbraio e con 110 dipendenti rimasti senza lavoro. Lo fa con un decreto di 27 pagine firmato dai giudici Giansaverio Cappa, Giovanni Cirillo e Stefania Cannavale.

Un pronunciamento, quello dell’ufficio procedure concorsuali, che si erge su un presupposto: la Teramo Lavoro, nella sua veste di società in un house, viene di fatto equiparata al settore di un ente pubblico essendo la Provincia socio unico. E dunque, come tale, esclusa dalle procedure concorsuali così come stabilito dalla legge fallimentare. Per il resto i giudici non entrano nel merito di questioni finanziarie. La palla, dunque, torna al mittente ovvero il commissario liquidatore Gabriele Recchiuti che aveva presentato la richiesta, e di conseguenza alla Provincia. Essendo emanazione diretta e sotto il controllo della Provincia, le alternative per una soluzione a favore della massa dei creditori (costituita da lavoratori, erario, enti previdenziali e fornitori) sono il riconoscimento di uno stato di dissesto finanziario o il salto dei debiti. Per entrambi, sembra evidente, che l’unica a poter decidere è la Provincia. Da qui l’appello del liquidatore Recchiuti a «Provincia, creditori e ai rispettivi legali a un colloquio chiedendo di soprassedere alle azioni nei confronti della società e a condividere un percorso comune per la soluzione delle questioni oggi ancora aperte». L’avvocato Martina Barnabei, che assiste un cospicuo numero di ex lavoratori della società in house, così risponde: «Sono disponibile al colloquio, come è sempre stato da un anno a questa parte, così come sono disponibile a una soluzione transattiva che chiuda, in tempi rapidi e una volta per tutte, l'ormai incresciosa vicenda. Non ritengo, tuttavia, necessario, a tal fine, soprassedere dalle azioni intraprese, dal momento che le azioni esecutive pendenti dinanzi al giudice dell'esecuzione non si concluderanno a stretto giro, ragion per cui c'è tutto il tempo per raggiungere un accordo nelle more del giudizio, senza sospendere alcunché. Con riferimento alla Provincia, ritengo che la stessa avrebbe dovuto fornire ben più di un "sostegno" alla richiesta di procedure concorsuali che, ove ammesse, avrebbero solo condotto a un ulteriore ritardo dei pagamenti.»(d.p.)

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