Terrorismo, chiesto il processo per 16

3 Ottobre 2020

Per la Procura distrettuale avrebbero creato fondi neri per finanziare il gruppo di “Al-Nusra”: indagato anche un imam

TERAMO. La Procura conferma le accuse e chiede il processo per tutti con un filo conduttore a segnare la maxi inchiesta: presunti reati fiscali commessi per creare fondi neri destinati a finanziare il terrorismo radicale islamico di “Al-Nusra”. A un anno dalla maxi operazione con sedici indagati tra tunisini e italiani, di cui dieci arrestati, la Distrettuale antimafia dell’Aquila (David Mancini il pm titolare del fascicolo) ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio. A scandire i vari passaggi del fascicolo c’è stato anche il provvedimento con cui il tribunale del Riesame, accogliendo i ricorsi della difesa, ha scarcerati tutti due settimane dopo gli arresti. I sedici hanno sempre respinto ogni accusa.
Nella richiesta di rinvio a giudizio, così come nel precedente atto dell’avviso di conclusione delle indagini, la Procura conferma le accuse per gli indagati, a cominciare dall’imam Atef Argoubi (per un periodo a Martinsicuro) e dall’imprenditore Jameleddine Brahim Kharroubi, il 57enne tunisino residente a Torino ma di fatto domiciliato ad Alba Adriatica, considerata una delle figure chiave dell’inchiesta. Un gruppo che, secondo l’accusa, da Alba e Martinsicuro si muoveva in tutto il mondo per finanziare il terrorismo radicale islamico di “Al-Nusra”, attivo nella guerra in Siria.
Per la Procura Kharroubi avrebbe sostenuto economicamente imam di ispirazione radicale in Italia e in altri Paesi. Nell’arco degli anni, hanno sostenuto gli investigatori nei voluminosi faldoni, avrebbe avuto contatti con diversi imam coinvolti in inchieste per terrorismo. Con quello di Aversa Yacine Gasri, condannato in via definitiva a 4 anni e 9 mesi per associazione con finalità di terrorismo (incontro che secondo l’autorità giudiziaria sarebbe avvenuto nella moschea di Martinsicuro). Con quello di Bari Said Ayub Salahdin, il cui nome è finito in un’inchiesta di terrorismo internazionale e con quello che nell’ordinanza di custodia cautelare viene definito «l’influente» imam Omrane Adouni a cui, sostiene sempre l’accusa della Procura distrettuale dell’Aquila, Kharroubi avrebbe versato costantemente somme di denaro e dal quale avrebbe ottenuto, così si legge nella stessa ordinanza di custodia, «informazioni di prima mano sulla situazione siriana e sulle operazioni di guerriglia». E, sempre secondo l’accusa, con quest’ultimo, in una intercettazione del 2018, avrebbe discusso delle modalità e dei soldi necessari per far entrare combattenti in Siria. Secondo la ricostruzione di investigatori e inquirenti negli ultimi anni avrebbe fatto arrivare una somma di due milioni di euro provenienti da un giro di false fatturazioni ed evasione fiscale proveniente dalle sue imprese edili e di commercializzazione di tappeti. Kharroubi, secondo il database di Europol e il Terrorist Finance Tracking Program, risulterebbe segnalato come «organico in una rete di soggetti dediti al trasferimento di denaro al Marocco, tramite canali alternativi a quelli bancari», già dall’anno 2005, quando era tesoriere dell’associazione islamica Centro Mecca-casa del dialogo interculturale di Torino. In quell’anno fu arrestato ed espulso per terrorismo l’imam Bouchta Bouriki. Nell’arco di vari anni, sempre secondo l’accusa della Procura, avrebbe intrecciato legami con diversi imam finiti al centro di altre inchieste. Tra questi, in particolare, – è quello che contesta l’accusa – con l’influente imam Omrane Adouni, a cui avrebbe versato costantemente somme di denaro e dal quale avrebbe ricevuto «grazie alla sua rete di contatti internazionali» informazioni di prima mano sulla situazione siriana. Ora la parola passa al gup che dovrà decidere se accogliere la richiesta di rinvio a giudizio della Procura o disporre il non luogo a procedere.
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