Tifoso morto in mare, il padre: «È stato spinto, riaprite il caso»

Quindici anni fa la tragedia nel porto di Giulianova dopo un derby, per la Procura fu un incidente I genitori lanciano un appello: «Chi ha visto parli e si liberi di un peso dalla coscienza»
TERAMO. Nel tempo sospeso che non finisce mai serve il coraggio dei genitori per non arrendersi. Nemmeno davanti ai fascicoli giudiziari. Il 5 marzo del 2005 i 27 anni di Matteo Faranca sono finiti in fondo al mare, nel porto di Giulianova. «Caduta accidentale» ha archiviato l’inchiesta. Papà Achille e mamma Gabriella da 15 anni inseguono la verità convinti che non si sia trattato di un incidente ma di altro. «Matteo è stato spinto forse perché ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere» dice Achille tenendo insieme frammenti di un puzzle che fa fatica a comporre: dagli occhiali mai ritrovati all’esito dell’autopsia che ha escluso l’annegamento. Quella sera Matteo, tifoso del Teramo calcio, era andato a vedere il derby con il Giulianova. La sua macchina venne ritrovata al porto: vicino c’era la sua macchina fotografica con cui aveva scattato delle foto alla sua sciarpa da tifoso. Anche questa mai ritrovata.
Lei e sua moglie non avete mai creduto alla tesi della caduta accidentale. Secondo lei che cosa è successo quella sera?
«L’autopsia ha stabilito che mio figlio non è morto annegato perché non è stata trovata acqua nei polmoni. Molto probabilmente è morto soffocato a causa della chiusura dell’epiglottide. I medici mi hanno spiegato che può capitare quando si annaspa in acqua. Io penso che molte cose non sono state chiarite dalle indagini a cominciare da alcuni segni trovati sulle gambe come se avesse ricevuto un colpo con qualcosa. Penso che mio figlio sia stato spinto in acqua forse perché ha visto qualcosa che non doveva vedere. Ma sembra che quella sera di marzo al porto di Giulianova non ci fosse nessuno perché nessuno ha visto niente. Eppure questo non è possibile perché in un porto c’è sempre qualcuno, a cominciare dai pescatori. Io penso che quella sera mio figlio sia capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato».
Da tempo chiede di riaprire le indagini. Dopo quindici anni dai fatti in cosa spera?
«Mio figlio non tornerà in vita e il dolore mio e di mia moglie è qualcosa che non si può descrivere. Solo un genitore che ha vissuto la stessa cosa può capirlo. Vorrei una giustizia che ci spetta diritto perché non c’è pace senza giustizia. Vorrei che tutti i nostri dubbi fossero chiariti, che non restassero solo degli interrogativi su degli atti giudiziari. Mio figlio portava sempre degli occhiali da vista che non sono stati ritrovati nè in acqua nè nella macchina, nè vicino alla banchina in cui è avvenuto il fatto. E poi c’è la sciarpa da tifoso: anche quella è sparita. Io vorrei che qualcuno facesse chiarezza».
Lei lancia un appello, anche a distanza di così tanto tempo, a chiunque quella sera di quindici anni avesse visto qualcosa a venire allo scoperto.
«Proprio perché è passato del tempo magari chi ha visto e all’epoca non ha parlato oggi potrebbe volersi togliere un peso dalla coscienza. In fondo basterebbe poco per riaprire il caso, per tornare a fare delle indagini. Oggi in Italia ci sono casi giudiziari che vengono riaperti dopo decenni. Voglio solo sapere la verità sul mio Matteo».
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