Truffa dei cartellini alla Asl, tutti assolti

Il pm aveva chiesto condanne complessive per 13 anni, ma per i giudici i fatti non sussistono e non costituiscono reati
TERAMO. Ai giudici di primo grado è bastata poco meno di un’ora di camera di consiglio per demolire l’impianto accusatorio della Procura e chiudere con cinque assoluzioni la complessa inchiesta sulle presunte timbrature illegittime alla Asl di Teramo.
Il pm Davide Rosati, titolare del fascicolo, aveva chiesto condanne complessive a 13 anni per due dirigenti e tre dipendenti del Sian (servizio igiene alimenti e nutrizione) e del servizio prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, ma evidentemente nessuna accusa è stata provata nella lunga istruttoria che si è svolta davanti al collegio presieduto da Franco Tetto (a latere Sergio Umbriano e Lorenzo Prudenzano). Le assoluzioni sono state pronunciate per alcuni capi d’imputazione perchè il fatto non costituisce reato e per altri perchè il fatto non sussiste.
A dover rispondere di truffa aggravata erano Sergio D'Ostilio (per lui il pm aveva chiesto quattro anni e sei mesi), tecnico coordinatore della prevenzione del Sian ed ex vicesindaco di Bisenti; Marcello Volpi, tecnico della prevenzione del Sian (per lui la richiesta era di due anni e quattro mesi), e Guido De Carolis (la richiesta per lui era di due anni e sei mesi), tecnico del servizio di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, tutti accusati di aver timbrato il cartellino, in numerose occasioni, in un ufficio diverso dalla propria sede di lavoro. D'Ostilio, inoltre, era accusato anche di peculato per un presunto indebito utilizzo dell'auto aziendale che, sempre secondo l'accusa della Procura, avrebbe utilizzato e che sarebbe risultata parcheggiata sotto la sua abitazione.
Insieme a loro erano finiti a processo anche il dirigente del Sian Maria Maddalena Marconi (per lei il pm aveva chiesto due anni ed otto mesi) e il dirigente del settore prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro Valerio Benucci (per lui la richiesta del pm era di un anno ed otto mesi), che dovevano rispondere di concorso in truffa aggravata con gli altri imputati perché accusati di averli autorizzati illegittimamente a timbrare in altre sedi rispetto a quella di lavoro. Gli imputati si sono sempre difesi sostenendo come fosse stata la stessa Asl, che nel processo si era costituita parte civile rappresentata dall’avvocato Annalisa Caschera, ad autorizzarli a timbrare in uffici periferici per questioni di economicità del servizio.
Nella sua requisitoria Rosati aveva parlato di indagini «che hanno permesso di svelare un consolidato sistema di fraudolente timbrature delle prestazioni lavorative da parte dei tecnici i quali facevano risultare la regolare presenza in servizio anche per il lasso temporale che era necessario per raggiungere il posto di lavoro dal luogo di abituale dimora e viceversa». Ricostruzione smentita dai legali dei cinque che, anche attraverso la produzione di atti, nelle loro arringhe avevano tutti sottolineato il rispetto delle normative da parte dei loro assistiti «che hanno sempre agito senza violare la legge».
Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Gennaro Lettieri, Florindo Tribotti, Daniele Di Furia, Stefano Maranella e Fausto Castelli. Le motivazioni della sentenza sono attese tra novanta giorni.
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