Uccise il padre, può avere lo sconto di pena

31 Gennaio 2024

La Cassazione dichiara fondato il ricorso sulla concessione delle attenuanti generiche e rinvia alla Corte d’appello

TERAMO. La Cassazione fa sua la granitica certezza dell’omicidio volontario sancita in primo e secondo grado, ma apre la strada allo sconto di pena laddove dichiara fondato il ricorso della difesa sulla questione della concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulle circostanze aggravanti rinviando alla Corte d’appello. Così i giudici della prima sezione della Suprema Corte stabiliscono per Giuseppe Di Martino, il 48enne architetto di Silvi accusato di aver strozzato il 73enne padre Giovanni al termine di un violento litigio scoppiato nella casa di Silvi nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2019. In primo grado era stato condannato a 25 anni, in appello a 21.
L’avvocato difensore Marco Pierdonati commenta: «La Cassazione ha accolto il ricorso presentato da questa difesa, annullando la sentenza di secondo grado, per non aver la Corte di assise di appello dell’Aquila correttamente motivato in merito al giudizio di prevalenza sulle circostanze attenuanti generiche. Il processo sarà trattato innanzi ala Corte di assise di appello di Perugia che si pronuncerà sulla pena, eventualmente rideterminandola. Siamo davvero molto soddisfatti del risultato ottenuto, che potrebbe condurre a una notevole riduzione del carico sanzionatorio, anche considerando che nell’immediatezza del fatto siamo riusciti a ottenere gli arresti domiciliari a favore di Giuseppe Di Martino».
Nel corso delle indagini preliminari e successivamente nell’istruttoria dibattimentale di primo grado, la Procura (pm Enrica Medori) ha sempre sostenuto la morte per strozzamento così come stabilito anche dai periti nominati dalla Corte d’assise. «A carico della vittima», hanno scritto nelle motivazioni i giudici di primo grado, «vi fu, con certezza, una costrizione meccanica intensa alla regione del collo». Secondo le motivazioni di primo grado «la condotta complessivamente posta in essere dall’imputato evidenzia una incontrovertibile determinazione da parte di Giuseppe Di Martino, seppure verosimilmente insorta o quantomeno notevolmente rafforzatasi al momento dello scontro fisico con il padre, che non lascia dubbi sulla sussistenza della volontà omicida». Con un particolare, secondo i magistrati di primo grado, a sottolineare la volontarietà dell’azione: «In tale contesto non si rinviene alcuna valida ragione, diversa da un ostinato intento omicida, affinchè un 45enne con una possente struttura fisica, debba pervicacemente tentare ed infine imprimere una potente costrizione al collo, fino a fratturare i corni tiroidei superiori, nei confronti di un 73enne, già costretto a terra in precarie condizioni fisiche, per un tempo (infinito) di almeno 4-5 minuti mollando la presa solo quando ormai troppo tardi o addirittura in seguito al sopraggiungere della morte».
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