Una storia politica tribolata fin dall’inizio

22 Aprile 2017

Tra dissensi, dimissioni e cambi di assessori per l’amministrazione non c’è mai stata pace

TERAMO. L'erosione della maggioranza è stata lenta e progressiva. I primi segni di sgretolamento sono affiorati appena chiuse le urne con il ballottaggio vinto da Maurizio Brucchi a giugno 2014. Dalla nuova giunta resta fuori – per dissidi tra i suoi rappresentanti Alfonso Di Sabatino e Domenico Sbraccia – il gruppo "Popolari per Teramo". Anche l'elezione di Milton Di Sabatino a presidente del consiglio comunale incontra forti resistenze interne alla maggioranza. I gruppi iniziano a perdere i pezzi e già nell'estate del 2015 Brucchi è costretto ad avviare la prima verifica. Le trattative portano all'uscita dalla coalizione dei consiglieri di Fdi-An Raimondo Micheli, eletto nell'Ncd, e Domenico Sbraccia. La maggoranza di 21 consiglieri perde così due componenti. A dicembre 2015 si costituisce "Teramo soprattutto", con Alfonso Di Sabatino, l'ex Forza Italia Alessia De Paulis e Alberto Covelli proveniente dall'Ncd. Il nuovo gruppo garantisce appoggio esterno ma critico all'amministrazione e la verifica si chiude a gennaio 2016 con l'annuncio di un rimpasto che in realtà non c'è. L'assetto della giunta cambia in primavera. Ad aprile la lista civica "Al centro per Teramo", rappresentata da Angelo Puglia e Guido Campana, abbandona la coalizione e di conseguenza si dimette l'assessore Giorgio Di Giovangiacomo. Subito dopo anche i quattro amministratori che fanno capo a "Futuro in" riconsegnano le deleghe al sindaco: di quel gruppo restano definitivamente fuori il primo degli eletti Rudy Di Stefano e Piero Romanelli. L'Ncd, invece, è costretto a sacrificare Marco Tancredi. A giugno Brucchi, affiancato da una maggioranza di 18 consiglieri, vara la nuova giunta a otto, con le nomine di Roberto Canzio, sostenuto da Sbraccia confluito nella civica del sindaco "Insieme per Te", Franco Fracassa di "Futuro in" e l'esterno Marco Chiarini, ma quest'ultimo si dimette appena tre mesi dopo, logorato dalle polemiche sul suo incarico di assessore alla cultura. L'emergenza terremoto attutisce lo scontro politico, ma a marzo anche Francesca Lucantoni (Futuro in) si chiama fuori dalla giunta. Brucchi deve rinfoltire la squadra e la riporta a nove assessori. L'operazione non piace a Sbraccia, Alfredo Caccioni e Vincenzo Falasca che lasciano la maggioranza con soli 15 voti: per governare ne servono 17 e Brucchi si dimette. (g.d.m.)

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