Una vicina di casa: «Quella sera sentii il padre dire “assassino”»

16 Marzo 2021

La donna vive in una villetta confinante con quella della vittima: «Non gridava, la voce era sommessa» Un’altra testimone: «Un anno prima era caduto dalle scale, ma di quel fatto non ricordava niente»

TERAMO. «Quella sera ho sentito Giovanni che diceva “assassino, assassino”. Non gridava, aveva una voce sommessa». La cronaca si riavvolge sempre in un’aula di tribunale. E le parole di verbali inanimati prendono corpo nelle testimonianze. Come quelle di una vicina di casa teste della pubblica accusa nel processo in corso per la morte di Giovanni Di Martino, il 75enne di Silvi che, secondo la Procura, sarebbe stato ucciso nel giugno 2019 dal figlio Giuseppe al termine di una violenta lite scoppiata nella loro abitazione di Silvi. Giuseppe, architetto di 46 anni, è a processo con l’accusa di omicidio volontario aggravato. «Quella sera», racconta la donna nella sua veste di teste citato dal pm Enrica Medori, «ho sentito un botto e poi dei vetri rotti. Mi sono alzata perché ho pensato fosse successo qualcosa a mia mamma anziana, ma lei era a letto. Ho capito che quei rumori provenivano dalla casa confinante, quella di Giovanni. E poi l’ho sentito dire con voce sommessa “assassino, assassino”. Avevo sentito il botto, come se fosse stato un mobile spostato, come si fa quando si pulisce. In quel momento ho pensato che quella parola fosse una imprecazione contro il mobile. Poi ho preso delle gocce per dormire e mi sono riaddormentata. Solo la mattina dopo ho saputo quello che era successo. Giovanni era sempre disponibile con tutti, una brava persona». Prima di lei la testimonianza di un’altra vicina di casa (sempre teste della pubblica accusa) che davanti alla Corte d’assise (presieduta dal giudice Flavio Conciatori, a latere Francesco Ferretti e i giudici popolari) ha ricordato quel giorno del giugno 2018 quando «vidi Giovanni uscire dall’abitazione su una barella con una profonda ferita alla testa dopo essere caduto dalle scale. Rimase per molto tempo in ospedale e tutte le volte che gli chiedevo cosa fosse successo ha sempre detto di non ricordare niente. Mi diceva “solo buio”». La donna, inoltre, nel corso di una lunga testimonianza durante la quale tra le lacrime ha sottolineato «di pensare sempre a quella sera perché forse con le finestre aperte avrei potuto sentire qualcosa e fare qualcosa per Giovanni», ha ricordato un episodio. «Un giorno Giuseppe venne a casa mia per chiedere di poter usare il computer di mio figlio per fare una ricerca», ha precisato, «cercò su siti specializzati informazioni su dei coltelli a farfalla». Si torna in aula a fine marzo.
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