Usura, condannato presidente di banca

Due anni e due mesi all’ex numero uno, assolti il suo successore e il direttore
TERAMO. E’ una sentenza che per certi versi ha del clamoroso: per la prima volta in Italia il presidente di una banca viene condannato per usura. Quella pronunciata ieri dal tribunale di Teramo è la terza sentenza di condanna per usura bancaria di cui si ha notizia, ma nelle due precedenti – tribunale di Vibo Valentia nel 2011 e tribunale di Salerno nel 2014 – ad essere ritenuti colpevoli erano stati dei direttori di filiale. A fare suo malgrado da apripista è l’ex presidente della Banca di credito cooperativo, al quale i giudici hanno inflitto una pena di due anni e due mesi, oltre al pagamento di una multa di 7000 euro, accogliendo in tal caso la richiesta del pubblico ministero Stefano Giovagnoni. Il tribunale – presidente Roberto Veneziano, a latere Sergio Umbriano e Belinda Pignotti – ha invece assolto, per non aver commesso il fatto, gli altri due imputati: l'attuale presidente Aldo Mattioli e il direttore, all’epoca dei fatti, della filiale Adriano Passaretti, per i quali il pm aveva chiesto condanne di un anno e 6 mesi e di un anno e 4 mesi.
La vicenda riguarda proprio lo sportello al quale, nel 2005, si erano rivolti gli amministratori di una cooperativa agricola – la Monte Tre Croci, specializzata nell’allevamento di animali – per l’apertura di tre conti correnti attraverso i quali sviluppare l’attività imprenditoriale. Conti che, secondo quanto accertato nelle indagini e successivamente dal tribunale, prevedevano fin dal momento della stipula del contratto un tasso di interesse extralegale, superiore, sia pure di poco, alla soglia stabilita trimestralmente dalla Banca d’Italia oltre la quale l’interesse viene considerato usurario. E questo, sempre secondo le accuse, al netto delle commissioni di massimo scoperto, che pure concorrono a stabilire il tasso effettivo globale praticato dagli istituti di credito.
Gli affari della cooperativa inizialmente andavano bene, ma col passare del tempo l’esposizione debitoria era aumentata considerevolmente, perché l’attività non era risultata molto remuneraviva. Una situazione alla quale gli amministratori della Monte Tre Croci non riuscivano più a fare fronte. «Ci arrivavano degli estratti conto chiaramente allucinanti», hanno dichiarato gli amministratori della società, secondo quanto si legge negli atti del processo, «e ogni volta erano sempre più alti. Ci dicevano alla direzione generale (della banca, ndr) che questi erano i tassi... quindi noi avendo bisogno di questi soldi non è che potevamo reclamare più di tanto e siamo andati avanti».
La banca, come fanno a volte gli istituti di credito in questi casi, propone agli amministratori di accendere un mutuo ipotecario per ripianare l’esposizione sui conti correnti e pagare il debito sotto altra forma: loro accettano, ma si trovano poi nella condizione di non poter più pagare le rate del mutuo. È il crac, ma gli imprenditori non ci stanno e presentano un esposto in procura che avvia l’inchiesta giudiziaria. Le perizie contabili disposte dal pm accertano che i tassi applicati sui conti correnti erano extra-soglia fin dalla stipula del contratto, caso abbastanza insolito, visto che nella maggior parte dei processi penali in corso per usura bancaria viene imputato agli istituti di credito di aver superato la soglia legale nel corso del rapporto.
Dopo tutti i passaggi procedurali si apre quindi il dibattimento, concluso ieri con la condanna dell’ex presidente, ritenuto unico responsabile dell’applicazione del tasso di interesse extralegale. Gli amministratori della cooperativa, rappresentati dall’avvocato Alessio Orsini, si sono costituiti parte civile, ma sono usciti dal processo dopo aver raggiunto un accordo con la banca ottenendo un cospicuo risarcimento.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

