Va in pensione Di Michele la memoria storica del Mazzini

Direttore del reparto di medicina, è l’ultimo dei primari della generazione di medici che contribuì negli anni ’70 e ’80 a far diventare la sanità teramana un punto di riferimento nel Centro-Sud
TERAMO. Fa parte della vecchia guardia, di quello zoccolo duro di ex giovani medici che ha contribuito a fare grande l'ospedale di Teramo. Colonne portanti che per raggiunti limiti di età, come si suol dire, restano negli annali e nella memoria, ma scompaiono dalle corsie. Dario Di Michele, primario del reparto di medicina e direttore del dipartimento di medicina è andato in pensione un mese fa. Con lui si fanno da parte 42 anni di storia dell'ospedale di Teramo. Nato a Castilenti, laureato all'università Cattolinca l'8 novembre del 1974, ha iniziato a lavorare al Mazzini subito dopo ed è stato assunto nel 1975. Nel frattempo si è specializzato in medicina interna all'università La Sapienza nel 1980 e in ematologia alla scuola diretta dal professor Franco Mandelli nel 1983.
La sua storia professionale è legata a doppio fino a quella del Mazzini.
«Ho visto nascere l'ospedale, il trasloco nella nuova sede da quella viale Crucioli iniziò nella primavera del 1974. Uno dei motivi che mi fecero decidere di scegliere l'ospedale di Teramo fu che la struttura sembrava una riproposizione del policlinico Gemelli. Così iniziai a frequentare il reparto di semeiotica medica diretto dal professor Pietropaolo Campa, convenzionato con l'università dell'Aquila, lui era un allievo di Condorelli, un illustre cardiologo della Sapienza. Poi interruppi per fare il servizio militare da ufficiale medico e ripresi passando dalla semeiotica medica alla medicina interna, allora il primario era Eugenio Tattoni».
Erano altri tempi, tempi di due personalità che ancora vengono citate a distanza di decenni. Era l'epoca del direttore sanitario Bernardo Gramenzi e del presidente degli Ospedali riuniti Luigi Lolli.
«Di loro ho un ricordo positivo: era un controllo un po' rudimentale ma molto efficiente dell'ospedale, erano entrambi animati dalla passione che avevano per il proprio ruolo. L'ospedale era una loro creatura, andavano direttamente alla ricerca delle persone che ritenevano di valore per assumerle e fare della sanità di alto livello. Riguardo alla struttura vigilavano, cercavano il meglio dell'efficienza. Ricordo che in fase di costruzione dell'ospedale Lolli fece mettere all'impresa edile più ferro nel cemento di quanto allora imponessero le norme in modo di renderlo più sicuro dal punto di vista della sicurezza sismica. Non era un semplice amministratore asettico, lui considerava il Mazzini con l’attenzione che si riserva a una cosa propria. Era lo stesso per Gramenzi che mi chiese, nel primo colloquio per l'assunzione, di vedere i voti che avevo riportato alla maturità. Gli interessava per capire come andavo al Classico, secondo lui era fondamentale la conoscenza della storia dell'individuo anche per la valutazione professionale. Questo livello di attenzione aveva un effetto diretto sulla qualità. Poteva sembrare una gestione partigiana (erano entrambi personaggi di spicco della Dc, ndr) ma veniva messo in primo piano il valore professionale».
Il risultato è che in pochi anni l'ospedale divenne un punto di riferimento della sanità in tutto il Centro-Sud.
«L’ospedale alla fine anni 70-80 era visto come una struttura all'avanguardia, con professionisti di ottimo livello. All'epoca c'erano l'urologo Micali, il chirurgo toracico Coloni, il neorochirurgo Carbonin, l'anatomopatologo Sciarra, i chirurghi Gentileschi e Di Pietrantonio. Poi c'era il polo del cuore con il cardiochirurgo Giuseppe Di Eusanio e i cardiologi Vittorio Di Luzio e Fabrizio Iacovoni, a cui mi legavano particolari rapporti di stima e amicizia. Ora di tutti questi nomi non c'è più nessuno: sono in pensione o in altri ospedali».
E come proseguì la sua esperienza professionale al Mazzini?
«Proseguii con Luca Lucchetti, primario dal 1978 al ’92. E poi sono diventato primario nel 1999. La situazione in ospedale è andata via via cambiando: ora si è creato un certo gap fra anziani e giovani, in quanto c'è stato un lungo periodo in cui le assunzioni erano molto ridotte. Il gap è andato crescendo. C'è stato un salto generazionale che prima non c'era: un aspetto negativo, che va a scapito della formazione. Per un certo lasso di tempo non abbiamo avuto più giovani colleghi a cui insegnare. Da un paio d'anni la situazione sta cambiando e si ritorna ad assumere. Nella mia carriera ho avuto la fortuna, fin dall'inizio, di avere colleghi efficienti sotto l'aspetto professionale e integerrimi sotto il profilo umano, che mi hanno insegnato molto. Soprattutto voglio ricordare Domenico Moschetta, internista con cui ho lavorato: io ero un giovane assistente e lui era un aiuto. Di lui ho un bellissimo ricordo, sotto l'aspetto professionale e umano, lo considero il mio maestro. Parlava molto con i pazienti, dava molta importanza agli aspetti anamnestici. Era dotato di notevole intuito clinico e mi ha guidato agli inizi della carriera».
Lei ha diretto il reparto per 17 anni, ci sono stati dei cambiamenti?
«La medicina interna è stata sempre vista non al pari degli altri reparti specialistici, come se fosse di minore importanza. Invece forse è il reparto che dal punto di vista dei posti letto è i più numeroso: attualmente ha 72 posti più 6 nel day hospital (che si occupa prevalentemente di oncoematologia) e ambulatori. In effetti nel reparto di medicina afferiscono le maggiori criticità mediche che provengono al pronto soccorso, quando spesso c'è un paziente senza una diagnosi precisa che necessita di un'osservazione attenta perchè il ventaglio delle possibilità diagnostiche che si aprono è ampio. In particolare in questi anni ho creato nel reparto due unità operative semplici: l'ematologia e reumatologia. Fino a poco fa (5 anni per l'ematologia e un anno per la reumatologia) non avevano un riconoscimento sotto il profilo istituzionale nella Asl di Teramo e i pazienti erano costretti a rivolgersi in altre aziende sanitarie o fuori regione. Il reparto ha continuato nella tradizione che ho trovato: caratterizzata da professionisti preparati sotto il profilo professionale, autonomi nella gestione delle loro attività, ma soprattutto persone oneste che svolgono prevalentemente attività nel pubblico. A mio avviso infatti il medico, magari con una migliore gratificazione dal punto di vista economico, deve dedicare tutto il tempo all'ospedale. Molte diagnosi io le ho fatte a casa o alla guida: il lavoro continua anche dopo essere usciti dall'ospedale. Per questo l'attività professionale fuori dell'ospedale deve essere molto limitata».
E come è cambiato nel tempo l'approccio alla professione?
«Adesso si è abituati all'audit clinico, strumento di confronto per una gestione ottimale di reparto su alcune patologie. Ma noi, in forma rudimentale, lo facevamo già nei primi anni 70: di pomeriggio – ora ci vogliono orari fatti un mese prima, allora si stava in più del dovuto in ospedale – alle 3-4 ci si vedeva in uno studio, ci si prendeva il caffè e si parlava dei vari casi e molte volte scaturivano le diagnosi da quel momento conviviale.Per fare un esempio ricordo che il primario, Gegè Tattoni, diceva al suo aiuto, che era Armando Castagna: "Armà sò capit quell che po' tenè lu malat: sotto ai portici ho incontrato don Pierino, il medico di famiglia. E mi ha detto che il paziente sà cagnat di cocc da un po' di tempo. Secondo me può tenere un tumore al lobo frontale al cervello“. Una diagnosi che si è rivelata vera, frutto di un'attenzione notevole ai dati anamenstici e di un attaccamento alla professione che va oltre l'orario di lavoro».
Lei quindi alle nuove generazioni indica questa strada?
«Dovendo lasciare un'eredità oltre che dire che è fondamentale l'aggiornamento professionale continuo, ma anche un altro aspetto, sia per il personale medico che infermieristico: l'amore che devono mettere nella professione, il colloquio con il paziente a cui bisogna infondere sempre fiducia e speranza. Questo l'ho appreso dal professor Mandelli, ematologo di Roma».
Lei un mese fa che reparto ha lasciato?
«Mi sento orgoglioso del lavoro fatto con totale dedizione al pubblico, con umanità e onestà. Ora Il facente funzione ora è Domenico Parisi, che è anche responsabile dell'unità semplice di reumatologia, mentre di quella di ematologia è Gabriele Lalli. Lascio un reparto che nel 2015 ha avuto l'accreditamento professionale da parte della Simi (Società italiana di medicina interna) che hanno avuto solo 9 unità operative in Italia.
Una lunga carriera, frutto dell'impegno personale ma anche di quello di chi le è stato vicino...
«Certo, dei miei genitori ormai scomparsi, di mia moglie Anna e dei miei figli Chiara, laureata in economia aziendale alla Bocconi e Piergiuseppe, laureato in lettere classiche, ai quali ho sottratto inevitabilmente tempo per gli impegni professionali».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

