Valbruni: «Non tornerà più il mio calcio nato sulla strada»

1 Maggio 2016

L’ex bomber biancorosso e allenatore plurivittorioso nei campionati dilettanti si racconta «La tecnica e la furbizia le ho imparate giocando nei cortili, io le scuole calcio le abolirei»

TERAMO. Oggi Tonino Valbruni, classe 1944, è nel calcio solo come opinionista televisivo. Ma del calcio teramano – e in generale di quello dilettanstico abruzzese – è stato, prima in campo e poi in panchina, un bel pezzo di storia. Tra campionato e torneo notturno Gadaleta (all’epoca una competizione sentitissima) ha segnato circa 70 gol con il Teramo, un record; è stato l’unico teramano che ha vinto un campionato come allenatore del Diavolo; è stato l’uomo che fece ripescare il Teramo in serie D per meriti sportivi perché aveva giocato otto partite nella Nazionale dilettanti segnando sei reti.

«Avvenne nel ’69», racconta Valbruni, «dopo che il Teramo aveva perso lo spareggio contro il Città Sant’Angelo. Prima della partita contro la Grecia che valeva la qualificazione al torneo Uefa il grande dirigente FigcArtemio Franchi disse al presidente del Teramo Antonio Profeta: se Valbruni segna, il posto in D è vostro. Io segnai il gol dell’1-0 che ci valse la qualificazione e il Teramo fu ripescato. Poi nel torneo Uefa la Spagna e l’Olanda ci asfaltarono. E io nonostante i gol fatti andai in panchina perché qualcuno era raccomandato, il calcio era così anche allora...».

Partiamo dall’inizio. Valbruni bambino...

«Da bambino stavo al collegio Savini e ho imparato a giocare nel cortile, c’era un albero proprio in mezzo che dovevi dribblare, era come avere un avversario in più. Si giocava ovunque ci fosse un po’ di spazio: nei giardini dei Tigli, a Porta Madonna, all’ex ospedaletto dove con i ragazzi giuliesi del convitto ogni giovedì ci giocavamo la stecca di cioccolato che ci davano una volta alla settimana. Io abolirei le scuole calcio e farei giocare i ragazzini in strada, dove possono esprimere le proprie qualità. Come fa un ragazzino in mezzo ad altri 25-30 a tirarle fuori? La prima cosa è la tecnica individuale, dopo la strada devi avere un solo istruttore che ha giocato al calcio e te la insegna. Il resto viene da sé».

Chi si accorse di Valbruni talento di strada e lo portò in una squadra vera?

«Cominciai con la Motom, una società di settore giovanile, a 15 anni. Mi videro giocare a Porta Madonna. Vincemmo gli allievi regionali battendo L’Aquila 3-2, fu il mio primo titolo. Nel ’62 il professor Tino Pellegrini mi portò al Teramo in D. C’era Tom Rosati che si cimentava per la prima volta come allenatore, lui mi fece esordire a Giulianova a 17 anni e segnai il gol della vittoria».

Che giocatore era?

«Giocavo ala destra e centravanti, ero velocissimo e cattivo: un mio grosso pregio era di saper mettere il gomito per impedire l’entrata del difensore, sui calci d’angolo mettevo il piede su quello del marcatore per prendergli il tempo. La legge del più forte l’avevo imparata in collegio, se ho il naso storto da pugile è perché le controversie si regolavano a pugni nei bagni».

Perché nel ’63 Valbruni finì al Giulianova?

«Il Teramo era retrocesso in Promozione, mi volevano Arezzo, Spal e Pescara. Io e Tonino De Santis eravamo i giovani più promettenti, il Teramo ci dette in prestito al Giulianova in D per non svalutarci. Con il Giulianova vinsi il primo torneo notturno di Teramo, il presidente Orsini per quel successo ci regalò una sterlina d’oro. E il Teramo mi riprese».

Mai avuti problemi a Giulianova perché teramano?

«Nessuno, se non quello di dover fare a piedi la salita dal Lido al Paese per andare al campo. Il pullman mi lasciava alla stazione...».

Altri sette campionati in biancorosso, poi nel ’71 un addio traumatico. Perché?

«Non pagavano gli stipendi da tre-quattro mesi, io come capitano andai dai dirigenti e dissi di pagare almeno i non locali. Pagarono quelli, ma non noi teramani, Un dirigente di cui non voglio fare il nome perché è venuto a mancare disse che io creavo problemi e mi esclusero dall’organico. A settembre dovetti fare due versamenti da 350mila lire per riscattare il cartellino».

E cominciò la lunga storia di Valbruni nelle piazze cosiddette minori.

«Sì. Scesi in Promozione a Montorio, poi finii a Campli come allenatore e vincemmo il campionato di Terza categoria. Quello fu il primo dei nove campionati vinti da allenatore. Feci l’allenatore-giocatore ad Atri e a Notaresco dove vincemmo il campionato imbattuti, con 17 partite vinte in casa su 17. Rimasi lì in Eccellenza ma a quattro partite dalla fine la società m’impose di far giocare Andrea Iaconi (poi diventato un noto direttore sportivo, ndr), io presi la macchina e tornai a casa. Ricominciai dal basso, a Torricella: il Guardiavomano di Carlo Florimbi allenatore a fine andata era 11 punti avanti, nel ritorno li superammo e vincemmo il campionato di Seconda. Dopo un quarto posto in Prima, andai a fare il corso di Coverciano e da neo tecnico patentato fui preso dal Tortoreto in Eccellenza. Dopo un quarto posto vincemmo il campionato con il famoso spareggio contro il Termoli di Franco Oddo, che ci aveva ubriacato in campionato. Quella partita me la studiai bene e con due terzini all’ala gli bloccai il gioco, non fecero un tiro in porta».

Seguirono lunghi anni di Interregionale a Tortoreto con ottimi piazzamenti e anche un’evoluzione tattica...

«Sì, lì ho scoperto il 5-3-2 o 3-5-2 che oggi va per la maggiore con due terzini che facevano anche le ali. A chi mi sono ispirato? Il mio maestro è stato Tom Rosati. Mi diceva sempre: le squadre le devi fare tu. Mi viene da ridere quando per i risultati di una squadra si parla di questione mentale. Vedi il Teramo di quest’anno, si parla ancora dello shock per la B sfumata ma è una questione solo tecnica e tattica. Non sono stati bravi a scegliere i giocatori e a correggere in corsa le negatività, a sostituire chi era venuto a mancare».

Sul Valbruni allenatore e i suoi trucchi c’è un’ampia letteratura...

«A Tortoreto ero spesso squalificato, mi feci costruire una torretta al confine tra il campo e il circolo tennis per dare indicazioni ai ragazzi. Una volta nascosi il documento di Pesce per far cominciare in ritardo la partita-salvezza a Porto San Giorgio. E a Mosciano nel ’94 non volli regalare la vittoria al Giulianova che doveva tornare in C, ma avevo bisogno di cominciare in ritardo e feci identificare dall’arbitro tutti i giornalisti presenti facendogli notare che erano nel recinto di gioco. La mia forza però non erano queste furbizie, io sapevo caricare a mille i giocatori nello spogliatoio e studiavo a puntino non solo gli avversari, ma persino gli arbitri».

Perché non ha mai fatto il salto di qualità da allenatore?

«E’ stata una scelta mia, volevo la tranquillità economica e quindi restare a lavorare alla Asl. Mi volevano la Fermana e il Trani, mi chiamarono L’Aquila e Avezzano, ho sempre dovuto dire di no. Fuori provincia ho comunque allenato a Penne, Sulmona e Pianella. Col Pianella feci una salvezza impossibile che vale più di ottomila campionati vinti, eravamo ultimi a 17 partite dalla fine con 14 punti da recuperare sulla zona salvezza: feci due sconfitte iniziali e 15 vittorie».

A un certo punto è diventato specialista in campionati di Promozione vinti.

«Sì, dopo Tortoreto ho vinto con Alba Adriatica, Santegidiese, Montorio, Hatria e Teramo. L’anno di Teramo (2008-09, ndr), il primo dell’era Campitelli dopo il fallimento della società, è stato il fiore all’occhiello. Troppo comodo dire che era un campionato facile, faccio notare che l’anno prima il Chieti aveva vinto con un solo punto sul Casoli e che io ho dato 24 punti di distacco al Mosciano che l’anno dopo ha eliminato la Pistoiese ai play off nazionali».

Il rammarico di non essere rimasto è grande quanto la gioia di aver vinto a Teramo?

«È una ferita che resta aperta. Io ho seguito sempre la mia linea, dico che avevo meritato la conferma sul campo e che con me avremmo vinto il campionato di Eccellenza spendendo molto di meno, direi la metà».

Lei e Campitelli...

«Ferma restando la delusione per non essere andati in B, lui fa il presidente e io voglio vedere il calcio, dunque lo devo ringraziare e lo rispetto. Ma quella di Savona è una macchia che non riesco a lavare e forse non basteranno cent’anni per cancellarla. Un rimprovero che gli faccio è che dovrebbe tenere in considerazione di più il prodotto locale, perché a Teramo ci sono persone che hanno grosse qualità calcistiche e non vengono sfruttate. Ma lui è fatto così, vuole apparire lui».

Il calcio che ha giocato e vissuto in panchina Valbruni esiste ancora?

«No. Il mio calcio nasce dalla strada e ne sono orgoglioso, il calcio per noi era la vita. Non tornerà più, oggi ci sono i telefonini e internet. Quando vedo i giovani di oggi vedo un mondo alla rovescia. Allenare ancora? È dura. I tecnici validi non allenano più, sono fuori dal giro perché oggi se non porti lo sponsor non alleni».

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