Valle Castellana rimane in Abruzzo

Non raggiunto il quorum del 50% più uno dei votanti. Nei seggi con mascherina e guanti per l’allarme coronavirus
VALLE CASTELLANA. Non ci sarà bisogno di cambiare le carte geografiche. Valle Castellana resta teramana, i confini della provincia e dell’intero Abruzzo rimangono immutati. Detta così sembra il proclama della vittoria di qualche guerra e in un certo senso lo è, almeno per chi non voleva che il comune teramano diventasse marchigiano, passando con tutto il suo cospicuo e bellissimo territorio nella provincia di Ascoli Piceno. In realtà è l’ammissione di una sconfitta annunciata, quella di chi ha voluto un referendum che – anche con il senno di prima – era ragionevolmente destinato al fallimento. Il quorum del 50 per cento più uno dei votanti non è stato raggiunto, come era ampiamente prevedibile in un paese dove 272 dei 1187 abitanti sono residenti all’estero, dove molti sono anziani, molti altri abitano altrove pur mantenendo la residenza a Valle Castellana, e dove i contrari alla secessione – in particolare coloro che abitano nelle frazioni più vicine a Teramo – presumibilmente non sono andati votare proprio per far mancare il raggiungimento del quorum.
E dove c’è stato un altro potentissimo fattore, impensabile fino a pochi giorni fa, che ha tenuto la gente a casa: la paura del contagio. Il referendum di Valle Castellana è stata la prima (e forse resterà l’unica) consultazione elettorale in Italia che si è svolta in piena emergenza coronavirus. Nei due seggi – che avevano più l’aria di reparti ospedalieri – scrutatori e forze dell’ordine indossavano mascherine e guanti, e anche alcuni elettori – ai quali sono stati forniti guanti e gel disinfettante – si sono presentati “protetti” ad esprimere il loro voto. Tra questi il sindaco Camillo D’Angelo, che è entrato nel seggio e ha depositato la scheda nell’urna munito di una vistosa mascherina bianca. E il timore del contagio è stata la leva su cui, in extremis, sindaco e comitato promotore hanno tentato di far rinviare il referendum. Il sindaco si è appellato al prefetto giovedì scorso sostenendo che non c’erano le condizioni di sicurezza sanitaria – né lui sarebbe stato in grado di garantirle – per far svolgere regolarmente le operazioni di voto. Il comitato promotore, addirittura sabato scorso, ha avanzato la stessa richiesta adducendo però una motivazione di tipo politico: visto che era stato costretto ad annullare negli ultimi giorni gli incontri di propaganda elettorale causa virus, non aveva potuto esporre compiutamente le proprie ragioni e gli elettori non avevano avuto la possibilità di essere informati correttamente.
Appelli ovviamente caduti nel vuoto, visti i tempi ristrettissimi, ma anche se non ci fosse stato l’allarme Covid-19, la vittoria dei “sì” sarebbe stata comunque difficilissima, ai confini della realtà. Perché la legge che regola lo svolgimento dei referendum, per questo tipo di consultazione prevede norme a dir poco restrittive, con un doppio sbarramento: non solo va superato il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto, ma per vincere sarebbe stato necessario che a votare “sì”fosse stato il 50% più uno degli elettori, cioè di tutto il corpo elettorale, non solo dei votanti. Missione: impossibile.
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