«Vedo uscire dall’ospedale una bara ogni 10 minuti»

26 Marzo 2020

Ginecologa di Montorio in servizio in Lombardia: «Ma in mezzo a tanta sofferenza la vita va avanti, qui continuano a nascere bimbi anche da madri positive»

MONTORIO AL VOMANO. «Se mi affaccio alla finestra vedo passare una bara ogni dieci minuti». Ha inizio così la chiacchierata telefonica con Cristina Di Cesare, 35 anni, ginecologa in servizio agli Ospedali Riuniti di Bergamo. «Ma per fortuna la vita va avanti», aggiunge, «ogni giorno in mezzo a tanta sofferenza qui continuano a nascere 4/5 bambini. E noi medici ci emozioniamo ancora di fronte a un parto. Credimi, è la cosa più bella».
Cristina, originaria di Montorio e figlia del medico condotto Carlo Di Cesare, vive a Milano e lavora da un mese e mezzo a Bergamo. A pochi giorni dal suo arrivo, a malapena il tempo di ambientarsi, si è ritrovata catapultata in un ospedale interamente convertito in Covid-19. Unico reparto rimasto funzionale quello di ostetricia, in cui lavora quando non è costretta a coprire altri turni per carenza di personale. «Si lavora tanto», racconta, «almeno 12 ore, a volte sono turni doppi o tripli, per coprire i colleghi che purtroppo si sono ammalati. Ogni due giorni ci tocca una notte».
Cristina ha la fortuna di lavorare in un reparto in cui la gente sorride ancora, sebbene tra molte precauzioni. «Una donna su tre che entra in sala parto», spiega la ginecologa, «è sospetta positiva. E così scattano tutte le attenzioni necessarie: se madre e nascituro risultano positivi, resteranno separati per 14 giorni. Le prime andranno nei reparti di malattie infettive, i bambini in pediatria». Ogni giorno la dottoressa, che si trova ad attraversare i reparti per andare a visitare le sue pazienti positive, incontra tanta gente. «Dai 75 anni in su», spiega, «vengono collocati in medicina. E qui purtroppo due/tre persone muoiono in media ogni sei ore. A volte gli infermieri, quando si accorgono che una persona sta per morire, fanno di tutto per farle fare una videochiamata ai propri cari, anche con il proprio cellulare. E la cosa più brutta», aggiunge con la voce rotta dall’emozione, «è che muori solo, spaventato e avendo perso la cognizione del tempo come una donna anziana che, un paio di notti fa, mi ha preso la mano – o meglio il doppio guanto che me la protegge – e mi ha chiesto se le rimettevo l’orario sul cellulare, perché non capiva se era giorno o notte». E poi ci sono i reparti di terapia intensiva, dove l’età media si abbassa. «Sono uomini e donne fra i 40 e i 50 anni, intubati. Lì è morta due settimane fa un’ostetrica che lavorava con noi, 54 anni appena. E muoiono purtroppo anche dei giovani, una partoriente con il suo bambino di soli 27 anni. Mentre un’altra paziente, di soli 25 anni, non ce l’ha fatta nemmeno ad arrivare in ospedale. Quando la sono andati a prendere, purtroppo era già morta».
Anche le ambulanze sono insufficienti rispetto alla mole delle chiamate. «Di notte lungo l’autostrada che da Milano porta a Bergamo», dice, «incontro solo ambulanze, sembra di stare in guerra». E nell’inferno di Bergamo, dove in palestra sono allineate le bare che Cristina Di Cesare non riesce a guardare più, ci sono anche medici di 70 anni, che dalla pensione sono rientrati a lavorare in prima linea per salvare vite umane.
Ciò che la colpisce è che non ha mai sentito nessuno lamentarsi o riversare la propria ansia o preoccupazione sul posto di lavoro. «Testa bassa, coraggio, dedizione, mascherina, camice e via», spiega, «si parte con turni di 12 ore e più. Solo a fine turno, vedi nei loro occhi la preoccupazione di dover rientrare in casa come “possibili infetti” dai loro figli, mogli, mariti che ormai non baciano o abbracciano più da settimane». La ginecologa abruzzese conclude esprimendo immensa stima per i bergamaschi: «Con il loro esempio mi hanno reso migliore e più forte di prima. Forza Bergamo non mollare, sono con voi».
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