Venne arrestato ingiustamente Risarcito il presidente Anmil

La Corte d’appello accoglie il ricorso di Nicola Marcozzi, assolto per non aver commesso il fatto Per 23 giorni è stato ai domiciliari, accusato di far parte di una banda che utilizzava carte clonate
TERAMO. Basta un attimo per seppellire una vita e anche se un provvedimento del giudice ha stabilito che lo Stato dovrà risarcire per ingiusta detenzione, niente e nessuno riuscirà mai a cancellare quei 23 giorni di arresti domiciliari.
A cinque anni da quei drammatici giorni di febbraio 2015, la Corte d’ appello dell’Aquila ha accolto la richiesta di ingiusta detenzione presentata da Nicola Marcozzi, presidente regionale dell’Anmil (l’associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro estranea all’inchiesta) arrestato all’epoca con altre nove persone nell’ambito di una mega operazione per un presunto giro di carte di credito clonate. Dopo l’arresto, una lunga battaglia giudiziaria conclusa con l’assoluzione per non aver commesso il fatto «e la fiducia mai venuta meno nella giustizia» come ha sempre ripetuto Marcozzi.
La legge stabilisce che per ogni giorno di arresti domiciliari l’ingiusta detenzione sia di 250 euro ed è evidente che nessuna somma possa essere ritenuta sufficiente a indennizzare il danno di una ingiusta privazione della libertà personale, ma nell’ordinanza della Corte d’appello (collegio presieduto da Fabrizia Francabandera) ci sono passaggi che meritano di essere riportati a cominciare da: «Il ricorrente, nel corso del proprio interrogatorio di garanzia, si difese compiutamente, offrendo una ricostruzione dei fatti che ha trovato piena conferma nell’istruttoria dibattimentale». E ancora: «Non potendo ritenersi, nella vicenda processuale oggetti di esame, che il ricorrente abbia dato causa o concorso a dare causa, per dolo o colpa grave, alla custodia cautelare subita, operando al fine di creare la fallace apparenza di condizioni nelle quali potesse o dovesse essere adottata o mantenuta una misura cautelare nei suoi confronti, ovvero mostrando una ingiustificabile trascuratezza nella rappresentazione alla autorità precedente di fatti e circostanze idonei a scagionarlo».
Perché questo 71enne pensionato teramano incensurato, con una vita trascorsa impegnandosi nell'Anmil di cui è tornato ad essere presidente regionale, per mesi ha continuato a ripetere che lui con la banda delle carte clonate non c'entrava proprio nulla. Che era un grosso errore. Oltre all'associazione a delinquere, la Procura distrettuale antimafia contestava (a tutti tranne che a Marcozzi) la ricettazione e l'accesso abusivo a sistemi informatici (il reato che aveva fatto scattare la competenza della distrettuale). A capo dell'organizzazione la Procura aveva messo un pakistano per cui il processo è ancora in corso. La Procura contestava anche l'aggravante della transnazionalità: i codici clonati in Pakistan a cittadini stranieri arrivavano successivamente in Italia. Su Marcozzi all’epoca si era espresso il tribunale del Riesame che nel marzo del 2015 aveva accolto il ricorso dei suoi difensori, gli avvocati Elvio Fortuna e Francesco Ulbar che lo hanno assistito nel processo, rimettendolo in libertà dopo aver annullato l'ordinanza di custodia cautelare non ravvisando alcun indizio di colpevolezza.
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