Viaggio di 1.800 chilometri per dare aiuto ai profughi

14 Marzo 2022

I teramani Lucci e Navarra portano beni di necessità in un campo in Polonia E nel tragitto di ritorno caricano sul pulmino cinque donne in fuga dalla guerra

TERAMO . Il suono soave di un pianoforte malconcio, ma che non ha perso il suo vigore, come il ragazzo con il cappuccio nero in testa e gli occhi tristi che lo sta suonando, riesce a spezzare il silenzio che parla più di mille parole tra l’ammasso di tende di chi ha perso tutto e ha trovato un riparo provvisorio, ma sicuro. A essere provato non è solo il vecchio strumento, ma soprattutto le migliaia di profughi ucraini che, percorrendo chilometri e chilometri a piedi solo con qualche abito pesante per ripararsi dal grande freddo, hanno lasciato quel che rimane delle proprie case bombardate dai russi e si sono avventurati tra pericoli e speranze verso quella che è la salvezza: uscire dal Paese.
Una musica che difficilmente dimenticheranno i teramani Filippo Lucci, membro dell’associazione “Dapadu Abruzzo- Dalla parte degli ultimi” fondata dal compianto don Enzo Chiarini, e il presidente dell’Ente Parco Gran Sasso-Laga Tommaso Navarra che hanno raggiunto l’enorme campo base nel villaggio di Medyka, nel sud-est della Polonia sul confine con l’Ucraina dove si rifugiano migliaia di sfollati della guerra e si parla la lingua della solidarietà. Un viaggio di 1.800 chilometri con un pulmino da nove posti messo a disposizione da Liofilchem e finanziato di tasca propria con il quale hanno attraversato mezza Europa e, arrivati in Polonia, hanno portato beni di prima necessità accogliendo al ritorno cinque giovani donne, tra le quali una in dolce attesa, verso l’Italia. «Il campo profughi è la terra di nessuno», raccontano, «dopo quella frontiera c’è la guerra con tutta la sua crudeltà. Migliaia di persone, quasi tutte anziani, donne e bambini, sono arrivati stremati al confine con una temperatura a -8 gradi e la situazione è drammatica». Ma ciò che li ha più colpiti è la dignità del popolo ucraino. «Nel campo non c’è la luce e ogni tenda ha dinanzi i fusti di acciaio per far ardere la legna», proseguono, «migliaia di persone in fila per essere portate nella logistica con solo i vestiti addosso e il passaporto della propria patria di cui sono orgogliosissimi: il loro silenzio e la loro compostezza rimangono impressi nella mente». Lucci e Navarra si sono affidati ai cooperanti provenienti da ogni paese.
«Siamo andati poi nella stazione di Cracovia dove migliaia di persone attendono un passaggio», proseguono, «è bastato un cartello con su scritto “Italia” e in tanti si sono avvicinati per chiedere aiuto. Abbiamo portato con noi cinque donne, due di Kiev che hanno perso tutto». Il pulmino è ripartito nel tramonto polacco e tra gli sguardi pieni di gratitudine delle ucraine. «Abbiamo un unico rammarico e pensiero», dicono ancora, «Non aver potuto portare un uomo che aveva le mani spaccate dal ghiaccio e sanguinanti. Ma i posti erano limitati e lui stesso ci ha fatto capire che era meglio far salire le donne. È valsa la pena fare questo viaggio: nessun luogo è lontano quando sono l’umanità e la solidarietà a guidarci». (a.d.f.)
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