Video-interviste ai nonni per salvare la memoria della Castiglione che fu

I racconti di vita di 15 anziani del paese raccolti in un documentario «Non avevamo niente ma avevamo tutto, la comunità era unita»
CASTIGLIONE M. RAIMONDO. Castiglione Messer Raimondo com’era e come si viveva nei racconti di quindici nonni che con occhi pieni di nostalgia e parole cariche di emozione hanno raccontato, in un’intervista realizzata in municipio che è confluita in un video-documento, gli anni giovanili vissuti a cavallo della guerra e nel dopoguerra nel borgo della Valfino tra episodi di vita, aneddoti, ricordi, fatti storici. C’è chi è sempre rimasto, e chi è andato via e poi è tornato: ma per tutti il desiderio era quello di trascorrere la pensione "nel posto del proprio cuore", come l'hanno definito.
L’operazione “salvare la memoria del paese e della comunità” è l’importante iniziativa realizzata nell’ambito del più ampio progetto di medicina umana da Epineion editrice e dal Comune: è stata presentata alla cittadinanza con la proiezione delle video-interviste e la presenza dei testimoni che ricordano «il paese popolato, con le case in centro, dove ora alcune non ci sono più e dove si svolgeva la vita». «Qui era pieno di attività commerciali, di artigiani e si viveva in una comunità unita, solidale», sottolinea Pasquale Ammazzalorso, ex insegnante di lettere. Giuseppe Micoletti gli fa eco: «Quel poco che si aveva di divideva: non avevamo niente, ma avevamo tutto e la chiave sulla porta era il segno di accoglienza e ospitalità». Lo svago in paese erano i giochi, la festa patronale, i balli in casa: fino all’arrivo della radio e della tv. «Da giovane non mi sono persa un ballo, il più bello era il veglione al quale venivano persone pure da Pescara e dal mare», racconta con il sorriso Annamaria Di Giuseppe che ha vissuto 40 anni a Roma. «La festa di San Donato durava parecchi giorni, con la fiera del bestiame, la processione e i pellegrini che accorrevano dai paesi vicini», dice Salvatore Trequadrini. I giochi dei bambini erano rudimentali, ma divertenti. «Giocavamo con i bottoni e le noci a “schiazza”, a campana, a bandiera corta e lunga e con la palla, che facevamo con le pezze e i fili», narra Franco Gambacorta, emigrante per 25 anni in Venezuela. L’emigrazione per necessità è un tema vivo nelle testimonianze. «Sono emigrata tre anni in Germania raggiungendo mio marito e lasciando alla nonna mio figlio di otto mesi», ricorda commossa Amelia Almonti che ha fatto la sarta alla Brioni. La sarta del paese, invece, è stata Dora Chiavone: «Ho cucito gli abiti per tutte le ricorrenze. A 36 anni ho preso la patente e con la mia 126 arrivavo in ogni frazione». Benito Ongaro, nativo veneto, e sua moglie castiglionese, Maria Frati, dopo anni all’estero sono rientrati e hanno gestito un alimentari per 22 anni in paese. Frequentare la scuola era un sogno, ma ancor di più un privilegio. «Ho frequentato un mese perché dove vivevo la strada era impercorribile e a 12 anni già lavoravo i campi», l'amara confidenza di Rachele D’Alonzo. Indelebili i ricordi del maestro Galileo e del "moderno" maestro Pompeo. «La scuola bruciò durante la guerra e siamo scappati in campagna», dice Concetta Romano che è diventata poi la maestra del paese. «Chi sapeva leggere e scrivere si occupava della corrispondenza dall’estero», spiega Olga Di Nicola. Ma il ricordo più forte è l’incubo della guerra. «In guerra mio fratello è morto. I fascisti ci controllavano, ci lasciavano poco grano con la tessera e mio padre fu incarcerato due mesi per non aver consegnato due quintali di grano», incalza Ostilio Planamente. Drammi incancellabili: c'è chi il padre al ritorno dalla prigionia della guerra non riusciva a riconoscerlo, come è accaduto a Dora Chiavone, e chi lo ha perso come Raffaellina Luciani: «Nel ‘44 papà si trovò casualmente in un’imboscata dei fascisti che lo uccisero. Mio nonno, invece, aveva fatto la guerra d’Africa e gli era diventata un’ossessione».
Soddisfatto il sindaco Vincenzo D’Ercole, che ha concluso: «Abbiamo aderito a questo progetto mettendo al centro i più anziani che sono l’esempio e la guida dei nostri giorni».
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