«Voglio sapere la verità»: il grido di Anna per il padre ucciso dai terroristi nel ’73

17 Dicembre 2023

«Lo Stato italiano ha silenziato e segretato tutto, non c’erano difese né sicurezza nonostante gli allarmi dati da Israele. Mia madre rinunciò a indagare per paura»

TORTORETO. «Cinquant’anni di silenzio sono abbastanza!». Poche, ma incisive, le parole che raccontano il dramma di quattro famiglie che da mezzo secolo di «assordante silenzio», come l’hanno definito, aspettano una verità che per lo Stato italiano sembra non esistere. Come sembra non esistere la strage che c’è dietro di essa, l’attentato a opera di terroristi palestinesi compiuto all’aeroporto di Fiumicino il 17 dicembre 1973 nel quale persero la vita 32 persone, sei italiani, e sul quale permane il segreto di Stato. Parole che compariranno sulle pettorine che i familiari indosseranno stamattina nell’aeroporto romano dove si troveranno, per la prima volta e per propria iniziativa, a commemorare il cinquantesimo anniversario della morte dei propri cari e ad accogliere la stampa per chiedere alle istituzioni, in un grido accorato e unanime, la verità. La strage di Fiumicino del ’73, pur avendo il primato di essere l’attentato con più vittime del dopoguerra fino alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, non compare negli elenchi ufficiali degli attacchi terroristici, come non vi compaiono le sue vittime. Una giornata di orrore dimenticata, una pagina di storia quasi sconosciuta e cinquant’anni di nebbia fitta, se non di buio, che nei familiari brucia di dolore. Perché a quella morte così tragica vogliono dare «la dignità della verità e del ricordo, affinchè non esistano più vittime di terrorismo di serie A e di serie B».
I RICORDI DI UNA FIGLIA:
PARLA ANNA NARCISO
«Quel giorno io e i miei fratelli, che avevamo 13, 11, 8 e 6 anni, eravamo nella scuola italiana di Teheran. Durante le lezioni sono venuti a prenderci senza dirci la motivazione. Mamma era già partita per l’Italia e poco dopo hanno imbarcato mio fratello maggiore Gianni. Noi tre più piccoli siamo stati accuditi dalla comunità italiana in Iran fino a Natale, quando mamma è tornata e ci ha detto che papà era morto. Indescrivibile il dolore di averlo perso per sempre». La donna che parla nella sua casa di Tortoreto ha gli occhi lucidi e la voce rotta per la commozione, mentre tra le mani stringe il Corriere della Sera dell’epoca che annuncia in prima pagina la strage di Fiumicino. Un quotidiano trovato per caso – con altri datati 17 dicembre 1973 – in un cofanetto che la mamma Luciana, scomparsa a febbraio di quest’anno, aveva custodito in camera. Anna Narciso, secondogenita dell’ingegnere dell’Eni Raffaele Narciso, osserva attenta quelle pagine ingiallite dal tempo, ma ben leggibili, che riportano la cronistoria dell’accaduto. Vorrebbe trovare la verità che cerca da anni, ma il pensiero vola verso la mamma che nelle sere di sconforto, come Anna racconta, si chiudeva in camera a piangere per la mancanza dell’amato marito. «Dopo, per anni, non sono usciti più articoli», sottolinea, «e la nostra vita è cambiata: siamo tornati In Italia, prima nella casa di Tortoreto, poi a Pescara dove mamma – che aveva quarant’anni – è stata di nuovo assunta dall’Eni. Siamo orgogliosi di lei perché grazie ai suoi sacrifici e ai nostri ci siamo laureati».
UN GRANDE AMORE
E UNA FAMIGLIA UNITA
Raffaele Narciso, che risiedeva a Tortoreto, era originario di Napoli, dove si era laureato in ingegneria ed era stato scelto personalmente da Enrico Mattei, il numero uno dell’Eni, come membro del proprio staff. «Papà era molto preparato e sul lavoro aveva conosciuto mamma, che era una delle segretarie/interpreti dell’Eni», prosegue nel proprio racconto Anna, «un amore grande che aveva portato mamma a lasciare l’impiego e tutta la famiglia a seguirlo nei suoi viaggi di lavoro: in pianura padana, a Gela, in Egitto, nel Sinai – dove durante la guerra dei Sei giorni tra gli Stati arabi e Israele papà fu preso prigioniero, quindi in Argentina e in Iran. Abbiamo tanti ricordi, ma i più belli sono quelli delle estati trascorse a Tortoreto con i pranzi che non finivano mai e le giornate al mare. Ogni angolo della nostra casa parla di papà, che era speciale».
L’ORRORE A FIUMICINO
E I DUBBI SULLA SICUREZZA
«Papà tornò in Italia la settimana prima del 17 dicembre», continua a raccontare Anna Narciso, «partecipava come relatore a un convegno a Milano e ne approfittò per andare a Napoli a fare visita al padre e al nipotino appena nato. Per un caso del destino, quasi un appuntamento con la morte, spostò la partenza per Teheran: lo aspettavamo il 16, data del volo, ma ci telefonò dicendo che sarebbe rientrato il giorno successivo». La mattina del 17 Raffaele Narciso si recò a Fiumicino, ma qualcosa non andò secondo i programmi. «L’aereo della Pan Am che doveva decollare alle 9,30 fu sostituito per un guasto e venne rimandata la partenza alle 13», spiega Anna con lo sguardo basso, «ma anche alle 13 non accadde nulla e i dirottatori trovarono il velivolo un’ora dopo fermo e carico di passeggeri. In pista c’era anche un aereo carico dell’Air France ma il pilota, accorgendosi degli spari, chiuse gli sportelloni e fece sdraiare i passeggeri a terra, salvando loro la vita». I dubbi sono sempre più forti e d'improvviso lo sguardo di Anna si fa cupo. «I sei poliziotti all’ingresso dell’aerostazione non avevano, per una normativa del tempo, i colpi in canna, quindi non poterono sparare e furono fatti prigionieri; altri erano a controllare una rete a due chilometri dalle piste e ai tiratori scelti appostati sopra l’aeroporto fu dato l’ordine di non sparare, escluso Antonio Campanile che disattese la direttiva e sparò un colpo per difendere il giovane finanziere Zara, ucciso dai terroristi. Praticamente a Fiumicino quel giorno non c’era sicurezza, nonostante l’allora ministro dell’interno Taviani dichiarò il contrario. Quindi ci chiediamo: perché l’aereo non era partito? Perché gli sportelloni erano aperti? Chi ha fatto entrare i terroristi armati fino al collo e chi li ha protetti?».
ALLA RICERCA DELLA VERITÀ:
LO ZIO MINACCIATO
«Mio zio Corrado, il fratello minore di papà, lavorava al Sisde (uno dei servizi segreti italiani, ndr) e scoprì, dopo l'attentato, che pochi giorni prima della strage era arrivata al Governo e ai servizi segreti italiani un’informativa da Israele di massima allerta a Fiumicino. Un allarme ignorato dallo Stato italiano», dice Anna Narciso con voce piena di rabbia, e continua: «Mio zio ha sempre cercato la verità incontrando anche il giudice Rosario Priore che ha portato avanti le indagini, ma è stato declassato sul lavoro, allontanato e minacciato. La paura ha, quindi, portato mamma a essere cauta, e per lungo tempo a fermarsi nel cercare la verità: le minacce a zio l’avevano spaventata e temeva per la nostra incolumità. Noi sapevamo solo che papà era morto in un attentato aereo dei palestinesi e che il ministro Taviani aveva detto che non sarebbero stati colpiti gli aeroporti, dove secondo lui vi era sicurezza massima. Dopo gli anni Duemila con l’avvento di internet, il desecretamento di Stato degli Usa e grazie al podcast della giornalista Michela Chimenti che ha permesso ai familiari delle vittime di conoscersi, abbiamo avuto altre notizie, ma una verità ufficiale non c’è ed è quella che chiediamo a gran voce».
Basta silenzio: la lettera
al Presidente Mattarella
«Per lo Stato queste persone uccise cinquant’anni fa non sono mai esistite e questo fa molto, ma molto male», incalza Narciso, che ha scritto e inviato una lettera al Capo dello Stato Sergio Mattarella, senza ottenere, finora, alcuna risposta. «Queste persone, a parte Antonio Zara che viene ricordato ogni anno dalla Guardia di finanza, non hanno mai avuto un ricordo, una menzione, una commemorazione giusta da parte dello Stato italiano», recita la missiva, «cinquant’anni in cui noi familiari abbiamo vissuto il nostro dolore nel silenzio delle istituzioni. Ricordare le vittime dei delitti così spaventosi come quello avvenuto a Fiumicino il 17 dicembre del ’73 aiuta a elaborare il lutto in chi è sopravvissuto. Se poi la vittima è un cittadino comune capitato nel posto sbagliato, morto o ferito per colpa di chi intendeva colpire lo Stato, la commemorazione dovrebbe essere a mio modesto giudizio un dovere. Dopo cinquant’anni, qualunque sia la “ragion di Stato” che ha voluto che questo attentato fosse dimenticato e stralciato dalle pagine della storia del nostro Paese, le chiedo con il cuore e con la stima che le porto, di mettere la parola fine a questo silenzio». E con l’animo di chi non intende arrendersi, Anna Narciso conclude: «Lo Stato non c’è, ma noi sì e continueremo a chiedere e a ricercare la verità!».
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