Voleva bruciare i familiari Figlio reagisce, lui muore

14 Giugno 2020

Forse asfissiato nel rogo che aveva appiccato in casa: il pm ordina l’autopsia

CIVITELLA DEL TRONTO. Le urla arrivano dall’inferno di una famiglia perché i genitori non li scegli. Venerdì sera Dritan Cobo, 47 anni, albanese, da più di venti in Italia, è tornato a casa, ha cosparso pareti e divano di benzina deciso a sterminare moglie e quattro figli tra cui uno di 6 anni. Il più grande, appena 19enne, ha cercato di salvare mamma e fratelli mentre il padre sbarrava la porta per impedire a tutti di uscire. Tra i due c’è stata una colluttazione, lui è caduto a terra mentre la moglie e gli altri scappavano dall’inferno e il figlio più grande lo trascinava ormai senza vita fuori dal vecchio casolare di campagna di Lucignano, un pugno di case sparse nelle campagne di Civitella del Tronto.
Le responsabilità penali le accerterà il pm Francesca Zani che ha aperto un fascicolo per incendio e morte come conseguenza di altro delitto (per ora contro ignoti) e l’autopsia stabilirà se Dritan Cobo è morto intossicato dal fumo o per le conseguenze della colluttazione con il figlio, ma per ora la cronaca si srotola nei fotogrammi di una notte da incubo o, forse, di una vita da incubo.
Quella di una donna di 37 anni e dei suoi quattro figli di 20, 19, 17 e 6 e di un uomo che i carabinieri definiscono «un padre padrone» con litigi continui in casa. In passato, nel 2014 e nel 2016, erano intervenuti per delle liti in famiglia scoppiate in quella vecchia casa di campagna al confine con Campli. Ci erano tornati anche qualche mese fa. Interventi a cui non aveva mai fatto seguito una denuncia per maltrattamenti da parte dei familiari. Lui, che prima di portare la famiglia Civitella era stato per qualche anno in Puglia, lavorava in una ditta di legnami a Campli e portava avanti una piccola impresa agricola allevando animali e coltivando la terra. «Brava gente, anche selui qualche volta alzava un po’ il gomito» raccontano i residenti di alcuni casolari della zona. Gli stessi che venerdì, poco dopo mezzanotte, hanno dato l’allarme dopo aver visto le fiamme e il fumo levarsi dalla casa dei Cobo.
Nel primo rapporto che i carabinieri di Civitella e della compagnia di Alba hanno rimesso al pm la ricostruzione è quella scandita dalla parole dei sopravvissuti, in particolare dei figli più grandi.
Ai militari hanno raccontato che il padre, così come faceva spesso, è tornato a casa tardi, che il bambino più piccolo dormiva in una stanza al piano di sopra dell’abitazione e che anche loro e la mamma erano a letto. A svegliarsi per primo è stato il 19enne che ha raccontato di aver sentito la macchina del padre arrivare sotto casa, sbattere la porta e poi un forte odore di benzina. A questo punto si è alzato ed è entrato nella cucina dove ha visto il padre armeggiare con una tanica di benzina, che aveva già buttato su un divano e alcune pareti, e con un accendino. Ha detto di aver cominciato a vedere le fiamme dal divano e quindi di aver urlato per svegliare gli altri nel tentativo di farli uscire. È andato nella stanza dei fratelli più grandi che hanno preso in braccio quello piccolo per scappare, ma il padre urlando contro tutti avrebbe cercato di sbarrare la porta d’ingresso dell’abitazione per impedire la fuga. A quel punto ci sarebbe stata colluttazione con lui che ha cercato di allontanarlo dalla porta d’ingresso, mettendogli le mani al collo, spintonandolo e cercando di bloccarlo. Il padre sarebbe caduto a terra e il 19enne, dopo aver aiutato gli altri ad uscire, sarebbe rientrato nell’abitazione ormai piena di fumo e avrebbe trascinato fuori il padre. E qui, disteso proprio nel cortile, lo hanno trovato i vigili del fuoco e gli operatori del 118. Sul corpo nessuna bruciatura. Un primo referto medico parla di asfissia. Ora sarà l’autopsia già fissata per martedì e affidata al medico legale Cristian D’Ovidio a fare definitiva chiarezza .
Il vecchio casolare, dichiarato inagibile perché le fiamme hanno notevolmente danneggiato il tetto, ora è sotto sequestro. Accanto al cartello dell’autorità giudiziaria una piccola bicicletta appoggiata al muro racconta un’infanzia negata.
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