A PROPOSITO DELL’ANIMALE CHE È IN OGNUNO DI NOI
Chi pensasse che l’uomo è la creatura più compiuta e perfetta che esista tra i viventi si sbaglia di grosso. Infatti, benché il Sapiens abbia conosciuto uno sviluppo del tutto straordinario nel suo...
Chi pensasse che l’uomo è la creatura più compiuta e perfetta che esista tra i viventi si sbaglia di grosso. Infatti, benché il Sapiens abbia conosciuto uno sviluppo del tutto straordinario nel suo cammino evolutivo continua a essere fondamentalmente un animale e a condividere con tutti gli altri animali tratti salienti del suo comportamento. Tratti che nessun progresso culturale è in grado di estinguere completamente. Come dice il celebre zoologo inglese Desmond Morris: «Pur nel diventare tanto erudito l’Homo Sapiens è rimasto uno scimmione nudo che nell’acquistare nuovi ed elevati moventi non ha perso nessuno dei moventi più bassi» (La scimmia nuda, Bompiani). In effetti, è sufficiente che si facciano sentire i morsi della fame, o che si scorgano delle rotondità femminili particolarmente prorompenti, che scattano l’istinto e la naturalità animalesca prendendo il sopravvento su millenni di pensiero spirituale, scientifico e filosofico.
Da questo punto di vista più che l’antropologia è l’etologia la scienza maggiormente idonea a fornire chiavi di lettura preziose per farci comprendere chi noi siamo e perché facciamo quello che facciamo al di là delle nostre immediate consapevolezze. L’etologia, nel suo essere disciplina che studia gli aspetti del comportamento animale, ci spiega ad esempio perché dovendo esprimere combattività verso qualcuno che ci sta minacciando alziamo il tono della voce (come i leoni), digrigniamo i denti (come i cani), percuotiamo o rompiamo quello che ci capita a tiro (come i gorilla), inarchiamo ed estendiamo il corpo allo scopo di sembrare più grandi di quello che siamo (come i gatti). Oppure, ci spiega ad esempio perché sentendoci intimoriti da un marcantonio che ci vuole aggredire distogliamo lo sguardo, assumiamo un atteggiamento remissivo, mettiamo la coda tra le gambe. Oppure ancora, ci spiega ad esempio perché dovendoci dimostrare mortificati per uno sbaglio commesso, chiniamo la testa, abbassiamo il tono della voce, tendiamo la mano, indulgiamo alle moine. Atteggiamento, quest’ultimo, tipico soprattutto dei piccoli marmocchi che, a pensarci bene, assai più degli adulti sono prossimi al comportamento istintivo. Sì, perché come sosteneva Aristotele l’uomo nasce nudo ed è ruolo della cultura quello di rivestirlo. Intendendo con ciò non il semplice dotarlo di indumenti e di strumenti d’uso pratico, bensì di una lingua, di una religione, di valori, di saperi.
A ben guardare, però, noi riveliamo la nostra componente animale non solo quando esprimiamo sentimenti negativi come l’odio, l’aggressività, la paura, ma anche quando abbiamo a che fare con sentimenti positivi e con stati di eccitazione dovuti all’attrazione fisica. Anche in questi casi, infatti, adottiamo comportamenti che fanno emergere il nostro lato animalesco: come mettere in mostra i bicipiti e indossare jeans iper-attillati se si è maschi; oppure ancheggiare e mettere il rossetto se si è femmine. In questo secondo caso, anche la pratica moderna di intervenire chirurgicamente sulle labbra, sui seni e sui glutei al fine di far prorompere la sessualità costituisce un atteggiamento pre-culturale esprimente il messaggio (inconscio) di dichiararsi un “partner ottimale” per l’accoppiamento e il miglioramento evolutivo della specie.
Ma non basta. Continuiamo a rivelarci animali anche quando facciamo cose che ci paiono del tutto umane, come condividere il cibo, giocare alla lotta francese, “strizzarci” a vicenda i punti neri, fare scorpacciate di Nutella e sacher torte; in quest’ultimo caso, ubbidendo a un istinto naturale che ci spinge a fare incetta di sostanze dolci e altamente energetiche. Tutto il resto – cosa indossare per vestirsi, come comportarsi per accoppiarsi, cosa mangiare per saziarsi – lo fanno le culture. Ma solo dopo e a modo tutto loro.
Università Tor Vergata, Roma

