Abruzzo, 20 anni di processi alla politica

22 Gennaio 2012

Fondi Pop, caso Fira, Sanitopoli, tutti gli scandali che hanno travolto la regione

 PESCARA. Qualche mese ancora e l'operazione Caligola si sarebbe chiusa ai vent'anni esatti dalla prima tangentopoli abruzzese. Quella che nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1992 portò in carcere la giunta regionale guidata dal democristiano Rocco Salini. Fu la versione abruzzese di un più vasto terremoto politico giudiziario.  La stagione di Mani pulite era iniziata il 17 febbraio 1992 con la richiesta di arresto di Mario Chiesa, amministratore del Pio Albergo Trivulzio da parte del pool della procura di Milano. Il provvedimento della Procura dell'Aquila portava la firma del giudice Fabrizio Tragnone. I FONDI POP  L'inchiesta ruotava sulla presunta spartizione di circa 500 miliardi di vecchie lire di fondi Pop, uno dei programmi della Comunità europea. I soldi vennero assegnati dalla giunta Salini, con la delibera del 14 luglio 1992, a imprenditori ed enti pubblici. Il consiglio regionale l'approvò il 29 luglio. I primi dubbi li ebbe il Comitato regionale di controllo, che chiese a Salini spiegazioni sui criteri di assegnazione dei fondi e se ci fosse una regolare graduatoria. Salini rispose con una lettera assicurando che la graduatoria c'era (questa è l'accusa di falso che poi l'ex presidente si porterà fino alla fine dei tre gradi di giudizio per l'unica sentenza definitiva pronunciata dai giudici).  La svolta dell'inchiesta a fine settembre quando un ingegnere di Ateleta, Francesco Mannella, scorrendo sul bollettino della Regione (il Bura) l'elenco dei progetti ammessi a finanziamento, non trovò il suo. Mannella si recò a Palazzo Centi all'Aquila, sede della giunta regionale, chiese spiegazioni e scoprì che non esisteva graduatoria. Con una dichiarazione scritta degli uffici si recò direttamente in tribunale dal sostituto procuratore Tragnone, in quel momento capo della Procura visto che il posto di procuratore era vacante. Tragnone si convinse che i fondi erano stati assegnati in base a criteri politici e non tecnici. Si chiuse in Procura con i suoi collaboratori e scrisse di suo pugno (per evitare fughe di notizie) la richiesta di custodia cautelare per 9 degli 11 componenti della giunta regionale. Salini si dimise, al suo posto andò Vincenzo Del Colle.  Dopo le condanne in primo e secondo grado la Cassazione rilevò la mancata dimostrazione del dolo specifico da parte degli ex amministratori in relazione all'accusa di abuso di ufficio, annullò la sentenza di secondo grado e chiese alla corte di Appello di Roma di rifare il processo. Alla fine furono tutti assolti. Il solo presidente Salini ebbe una condanna definitiva per un'accusa di falso. Una parabola ricorrente nella storia delle inchieste politiche abruzzesi, fatte di molta carcerazione preventiva, di rari processi, di molte prescrizioni e rarissime condanne. FIRA E CASO CICLONE  Il passaggio dalla prima alla seconda grande inchiesta sulla politica regionale, quella detta Sanitopoli, ha un prologo importante nel 2004 con lo scandalo che coinvolge la Finanziaria regionale Fira, ma ancora prima con le indagini che travolgono la giunta Buracchio a Chieti e la giunta Ciccantelli a Pescara. Nell'inchiesta Fira entrano già tre protagonisti della Sanitopoli: l'allora presidente della Fira Giancarlo Masciarelli (è rimasta celebre una sua frase: «Io non sto né di qua né di là: sto con il partito dei soldi»), l'imprenditore della sanità privata Vincenzo Angelini, l'ex assessore regionale Vito Domenici. In totale 63 imputati tra persone e imprese sullo sfondo di nuovo di un illecito uso dei finanziamenti europei. Il processo inizierà il 1º febbraio 2012 e si accavallerà con quello di Sanitopoli già in corso. Solo Masciarelli ne è uscito patteggiando una pena di 3 anni e 4 mesi.  Di passaggio vale la pena citare l'operazione Ciclone che decapitò il vertice amministrativo di Montesilvano con l'arresto il 15 novembre 2006 del sindaco Enzo Cantagallo (il processo è ancora in corso). Secondo gli inquirenti a Montesilvano si era innescato un «connubio tra pubblici amministratori e imprese che ha prodotto una sistematica evasione dei costi di costruzione e indebiti aumenti di cubature, con una conseguente serie di vantaggi per gli imprenditori». LA SANITOPOLI  Ma la vera grande inchieste per corruzione è certamente l'Operazione d'Annunzio, cioè la Sanitopoli abruzzese. L'inchiesta decapitò di nuovo una giunta regionale. Alle 6 del 14 luglio 2008 quattro finanzieri bussarono a un portone in via Vico Quarto a Collelongo dove abitava il presidente della Regione Ottaviano Del Turco, un passato da ministro delle Finanze, deputato europeo, segretario nazionale del Psi e segretario nazionale della Fiom-Cgil, e un presente da membro fondatore del Partito democratico. Del Turco restò un mese nel supercarcere di Sulmona. Con lui venne arrestato il suo collaboratore più stretto Lamberto Quarta, il capogruppo del Pd in Consiglio regionale Camillo Cesarone, l'assessore alla Sanità Bernardo Mazzocca. Luigi Conga, ex manager della Asl di Chieti, venne fermato a Francavilla, a bordo della Porsche Cayenne con una valigetta con 113.400 mila euro. L'inchiesta, guidata dal procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi e dai pm Giuseppe Bellelli e Giampiero Di Florio, fu annunciata con una spettacolare e lunghissima conferenza stampa. Il grande accusatore di Del Turco era l'imprenditore della sanità privata Vincenzo Maria Angelini che l'anno dopo finì accusato di bancarotta dalla procura di Chieti.  «Mi hanno dissanguato, ho pagato 15 milioni di tangenti», raccontò nei sette interrogatori dell'aprile di quell'anno. Denaro in cambio di denaro, secondo Angelini. Soldi pubblici non dovuti: almeno 33 milioni di euro, il valore della presunta truffa consumata ai danni della Regione.  Del Turco si dimise dalla giunta e dal Pd, al suo posto andò per pochi mesi il vicepresidente Enrico Paolini. A dicembre 2008 gli abruzzesi tornarono alle urne eleggendo Gianni Chiodi, candidato del centrodestra. Alle urne si recò però poco più della metà degli aventi diritto. In Abruzzo più che rabbia c'era scoramento, sfiducia, depressione. IL CASO PESCARA  E non era proprio finita. La notte del 15 dicembre 2008, appena gli exit poll preannunciavano la vittoria di Chiodi, arrivò la notizia dell'arresto del sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso, segretario regionale del Partito democratico, un politico abile, popolare, di sicuro avvenire. L'accusa: corruzione. La tangentopoli abruzzese era diventata ormai un caso nazionale. Pochi mesi dopo, il 6 aprile 2009 alla questione morale si sovrappose il dolore per i 309 morti del terremoto dell'Aquila. Una tragedia che alimenterà e alimenta ancora nuove inchieste: la politica abruzzese non ha mai lasciato senza lavoro i suoi avvocati.

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