sfruttamento

In Abruzzo 60mila invisibili. Il lavoro nero vale 1,7 miliardi

7 Giugno 2026

Badanti, agricoltura e ristorazione: tasso di irregolarità all’11,2%, peggio della media italiana

PESCARA

Più di sessantamila lavoratori senza un nome e un cognome annotati sui registri, senza dignità e tutele, sospesi nel limbo dell’illegalità. Sessantamila invisibili che muovono un’economia fantasma capace di drenare risorse e calpestare i diritti più elementari. I numeri del lavoro nero in Abruzzo non sono più lo specchio di un fenomeno marginale o di necessità, ma l'istantanea di una piaga strutturale che viaggia a una velocità superiore rispetto al resto d’Italia. A metterlo nero su bianco è l’ultimo report dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha rielaborato i dati Istat del 2023. E quell’analisi, per la nostra regione, è una sentenza che sa di condanna: l’Abruzzo si colloca stabilmente sopra la media nazionale per intensità e impatto del sommerso, una terra di mezzo dove il confine tra lavoro regolare e sfruttamento è sempre più labile.

ESERCITO SILENZIOSO

I dati emersi parlano chiaro: in Abruzzo si stimano 60.900 occupati irregolari. Non si tratta solo di manovalanza nei campi o di lavoretti stagionali: è un esercito silenzioso che fa schizzare il tasso di irregolarità regionale all’11,2%. E per capire la gravità della situazione basta fare un confronto: la media nazionale si ferma al 10%. In Abruzzo, dunque, la propensione a evadere le regole del mercato del lavoro è sensibilmente più alta. Questo esercito del sommerso produce ricchezza, ma lo fa di nascosto e nell’ombra: il valore aggiunto generato dal lavoro nero in Abruzzo sfiora i 1.703 milioni di euro, cioè 1,7 miliardi, una cifra enorme che pesa per il 4,8% sul Pil totale della regione. Anche in questo caso, il dato locale è più alto della media italiana, ferma al 4%. Un’economia parallela che sottrae contributi, droga la concorrenza a danno delle imprese oneste e nega la sicurezza nei luoghi di lavoro per risparmiare sui costi.

LA MAPPA DEL SOMMERSO

PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI E ACQUISTA LA TUA COPIA DIGITALE
OPPURE IN EDICOLA

Se l’Abruzzo mostra ferite profonde – nella classifica del lavoro nero siamo all'ottavo posto in Italia dopo Calabria, Campania, Sicilia, Puglia, Sardegna, Basilicata e Molise – il quadro nazionale non è da meno: allargando l’obiettivo, l’inchiesta svela un’Italia dove l’economia sommersa genera un giro d’affari enorme. Secondo lo studio, «il valore aggiunto prodotto nel 2023 dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 77,1 miliardi di euro»: una montagna di denaro sottratta al fisco e mossa da un esercito di 2,6 milioni di lavoratori irregolari. Il Mezzogiorno si conferma l’epicentro del fenomeno, l’area in cui si concentra oltre un terzo dell’intera ricchezza prodotta irregolarmente (35,7%) e dove opera il 37,5% del totale nazionale degli occupati irregolari. Ma l’allarme ormai riguarda tutti: «Se storicamente il fenomeno è stato associato alle regioni meridionali, oggi il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel Centro-Nord», dice la Cgia.

SETTORI A RISCHIO

Nelle pieghe del report si leggono i settori in cui questa illegalità è più radicata: «A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8%». In questo comparto, che vede l’impiego soprattutto di colf e badanti, praticamente un lavoratore su due è sconosciuto allo Stato. Segue a ruota l’agricoltura (tasso al 20,8%) con picchi nell’Agro Pontino, Agro nocerino-sarnese, Villa Literno, area della Capitanata e Piana di Gioia Tauro. Poi, ci sono le attività artistiche e dell’intrattenimento (20,3%) e il comparto dei servizi di alloggio e ristorazione, dove i lavoratori in nero sono 261.200, pari al 14,4% del totale: comparti storicamente sensibili dove il bisogno si trasforma spesso in ricatto.

CAPORALATO

L’analisi non si ferma ai numeri, ma scava nelle cause, incrociando i faldoni delle indagini e i dossier dell’Ispettorato nazionale del Lavoro: il lavoro nero è quasi sempre l’anticamera del caporalato, definito dal report come «una grave violazione dei diritti fondamentali della persona» i cui effetti «non ricadono soltanto sui lavoratori vittime di questi abusi, ma anche sulle imprese oneste, che rispettano le regole». E ci sono due nuove frontiere dello sfruttamento che i magistrati e gli investigatori si trovano a dover contrastare. La prima è legata alla grande distribuzione: lo studio rimarca che «in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori». Schiacciati dalle vendite sottocosto, i produttori riducono gli stipendi della manodopera, alimentando il sistema dei caporali. La seconda frontiera è tecnologica: è il cosiddetto caporalato digitale, dove «il ruolo del caporale viene sostituito da piattaforme informatiche, software e algoritmi che organizzano, controllano e valutano l'attività dei lavoratori» (come nel caso dei rider che consegnano il cibo a domicilio), arrivando a determinarne l’esclusione dal mercato.

APPELLO ALLA POLITICA

Per fermare questa deriva che calpesta la dignità umana e altera il mercato, secondo la Cgia, le ricette sono chiare e chiamano in causa la politica e gli organi di controllo: oltre a modificare la legge nazionale includendo i conferimenti dei soci alle cooperative (attualmente esclusi), l’Ufficio studi della Cgia conclude indicando una strada precisa: «Bisognerebbe incentivare l’attività ispettiva, garantendo, nel contempo, un forte aumento degli investimenti pubblici nel settore del trasporto e soluzioni abitative temporanee che consentano anche a questi lavoratori una vita dignitosa». Solo così si potrà sottrarre linfa vitale a un’illegalità che continua a soffocare l’Abruzzo e l’intero Paese.