«Abruzzo all’anno zero sui controlli anti-tumori»

28 Giugno 2014

La denuncia del sub commissario Zuccatelli: percentuali residuali a Teramo e Pescara, addirittura ferme all’Aquila. Qui si gioca con la vita della gente

PESCARA. La differenza tra fare o non fare gli screening oncologici è la stessa che c'è tra la vita e la morte. Inutile raccontarci fandonie: guarire da un tumore è più probabile se la malattia viene scoperta quando è ancora agli inizi, e la diagnosi precoce è la nostra unica arma. Un'arma spuntata se dovessimo affidare la prevenzione antitumorale al sistema sanitario abruzzese.

E in Abruzzo lo screening per i tumori con una frequenza rilevante nella popolazione (mammella, utero e colon) è all'anno zero: le percentuali sono bassissime o inesistenti in tutte le Asl, con la sola eccezione di quella di Lanciano-Vasto-Chieti per lo screening dell'utero. Lo conferma Giuseppe Zuccatelli, medico igienista e sub commissario al piano di rientro del deficit sanitario della Regione.

Zuccatelli, lei è qui ormai da due anni, a che punto siamo con la campagna di screening oncologici?

«La situazione è bloccata, c'è solo un'azienda sanitaria che funziona per uno dei tre screening (quello della cervice uterina ndr). Si tratta della Asl di Chieti che sottopone a screening con continuità biennale circa il 45 per cento della popolazione femminile che rientra nella fascia di età più a rischio. Per il resto le percentuali di persone controllate sono ridicole, residuali direi: per quanto riguarda l'utero si va dal 6 per cento di Teramo al 4 per cento di Pescara, per finire con L'Aquila dove addirittura è tutto bloccato».

Da quanto tempo sta provando a risolvere questa situazione?

«Da quando sono arrivato in Abruzzo, due anni fa. Ho sollecitato, scritto e fatto riunioni in ogni Asl. Esistono atti formali, ma c'è un problema legato ai direttori Asl e ai medici specialisti».

Che genere di problema?

«Da parte loro c'è un comportamento di irresponsabilità diffusa. Sappiamo tutti benissimo che non facendo i controlli, c'è gente che può essere salvata e non lo sarà. Io non so più a che santo votarmi, ciò che succede in Abruzzo è una cosa gravissima. Sono solo. Se il sistema sollecitato da me non risponde che facciamo? Questi sono dei muri di gomma, qui si gioca con la vita della gente».

Tale inerzia sarà giustificata in qualche modo?

«Le giustificazioni addotte sono le più strane: si va dalle lunghe liste d'attesa ai problemi con il software Arit, fino ad atteggiamenti di tipo sindacale. Ma è solo uno scaricabarile: la verità è che l'Abruzzo non riesce ad avere un controllo dignitoso di queste gravi malattie seppure ci siano tutte le condizioni. Nessuno fa un discorso funzionale e unitario».

Forse mancano i soldi?

«La sanità abruzzese costa allo Stato poco meno di 2 miliardi e mezzo l'anno: soldi che andrebbero spesi per elevare la qualità dell'assistenza sanitaria. E per quanto riguarda questo benedetto software si tratta di sole 200 mila euro e ho già detto alla Asl di Pescara di fare la gara. Non ci si può fermare davanti a questo tipo di ostacoli».

Lei vive in Emilia Romagna, come vanno le cose da voi?

«I tre screening di cui parliamo si fanno con assoluta continuità da più di 20 anni. Questa mancanza è uno degli elementi che penalizza l'Abruzzo e non lo fa uscire dal commissariamento, ma è soprattutto motivo di vita e di morte per chi può essere salvato e non lo sarà».

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