Abruzzo. L’Economia del mare porta salari bassi. E gli introiti non trascinano

Il turismo costiero genera appena il 3,5% del valore aggiunto regionale e il 4,3% dell’occupazione.
E c’è anche il report Inps: «Non si generano posti di lavoro stabili e operatori qualificati»
L’AQUILA
Il turismo del mare, in Abruzzo, genera solo il 3,5% del valore aggiunto regionale e il 4,3% dell’occupazione. Tra i valori più bassi in Italia. Ben lontano dal 14,4% della Liguria e dalle percentuali di altre regioni del Belpaese. Il dossier di Sinistra Italiana-Avs Abruzzo e Ugs Abruzzo mette in luce una realtà inaspettata. E c'è un altro dato preoccupante: stando al Sistema Informativo Excelsior e al report Inps, il turismo da spiaggia non crea occupazione stabile e qualificata. «Ogni primavera la costa abruzzese si risveglia a colpi di annunci di lavoro: stabilimenti che riaprono, alberghi che si preparano, ovunque cartelli per la ricerca di personale», afferma Daniele Licheri, segretario regionale di Sinistra Italiana, «eppure, a guardare bene le condizioni contrattuali e i salari e leggendo tra le righe dell’ultimo Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare 2026 di Unioncamere-Tagliacarne, la realtà è in chiaroscuro».
Dal report sull’economia del mare, pubblicato nei giorni scorsi, che include pesca, cantieristica e portualità, oltre al turismo costiero, si scopre che in Abruzzo il mare genera solo il 3,5% del valore aggiunto regionale e il 4,3% dell’occupazione, tra i valori più bassi in Italia. «A questo si aggiunge che, nel turismo costiero in particolare come in quello stagionale complessivo in Abruzzo, dalle nostre rilevazioni il lavoro è quasi sempre precario e sottopagato», fa notare Licheri. Sinistra Italiana-Avs e Ugs, Unione Giovani di Sinistra, hanno incrociato i dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e i dati Inps, alla luce dei campanelli d’allarme lanciati dalla Filcams Cgil, per misurare il reale impatto occupazionale della stagione turistica. «Il quadro è in chiaroscuro», dice il segretario di Sinistra Italiana, «le assunzioni crescono, le condizioni di lavoro no. Dietro il boom del settore turistico, c’è tanta precarietà».
Il Sistema Informativo Excelsior stima in Abruzzo un fabbisogno di 80.900 nuovi lavoratori nel quinquennio 2025-2029, trainato in larga parte dal turnover generazionale. Solo per marzo 2026, le imprese della provincia di Chieti prevedevano 2.460 assunzioni, 8.330 nel trimestre marzo-maggio; quelle della provincia di Pescara 1.960 assunzioni a marzo, 6.760 nel trimestre. Ma la fotografia Inps del settore turistico abruzzese racconta “la sostanza” di questi numeri: il 57,4% dei contratti dipendenti è part-time, il 21,1% è stagionale, l’88,4% dei lavoratori è inquadrato come operaio, il livello più basso di qualifica. «Non è un settore che crea occupazione stabile e qualificata», incalza Licheri, «assorbe manodopera a bassa tutela, stagione dopo stagione. La Filcams Cgil da tempo denuncia il ricorso a tirocini, che mascherano veri e propri rapporti di lavoro subordinato: fino a 40 ore settimanali per una retribuzione tra i 300 e gli 800 euro al mese. Un lavoratore stagionale, in altre parole, spesso lavora come un dipendente ma viene pagato e tutelato come uno stagista. Senza considerare i rischi del lavoro che a volte è anche in nero. Il turismo in Abruzzo cresce sulle spalle di chi lavora senza tutele», avverte Licheri, «non è vero che mancano i lavoratori: mancano salari dignitosi e contratti veri. Chiederemo alla Regione un tavolo permanente con sindacati e categorie datoriali sul lavoro stagionale, e controlli ispettivi mirati sui tirocini che nascondono rapporti di lavoro subordinato». Per Alex Giaccio, coordinatore regionale dell’Unione Giovani di Sinistra Abruzzo, il tema riguarda soprattutto i giovani. «Siamo noi a riempire le spiagge e i ristoranti della nostra regione, per qualche centinaio di euro in tasca e spesso zero contributi versati», sostiene, «così accade anche con il lavoro stagionale in inverno. Un lavoro che non paga e non tutela. La stagionalità non può essere la scusa per pagare meno solo perché siamo giovani».
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