L’INTERVISTA

Gianni Alemanno: «Finii in cella con Marsilio per le proteste contro Bush. In Abruzzo sbanchiamo»

12 Luglio 2026

L’ex sindaco di Roma racconta il rapporto con Vannacci e Futuro nazionale:

«Penso a un’altra remigrazione: riportare da noi gli italiani del Sudamerica»

ROMA

L’Abruzzo, per Gianni Alemanno, è prima di tutto una montagna: Prati di Tivo, il Corno Piccolo, il Gran Sasso scalato per rimediare a una gaffe. È anche la terra scelta negli anni per radunare giovani militanti di destra e il filo che riporta a un episodio lontano: una protesta del 1989 durante la visita di George Bush padre, le cariche, le botte e la notte in carcere insieme, tra gli altri, a Marco Marsilio, oggi presidente della Regione Abruzzo. Da quella breve detenzione alla più recente e drammatica esperienza a Rebibbia, lunga un anno, cinque mesi e 24 giorni trascorsi in cella, il racconto dell’ex sindaco di Roma ed ex ministro dell’Agricoltura attraversa politica, pena e reinserimento. Poi arrivano Roberto Vannacci, il progetto di Futuro nazionale al quale Alemanno dice di voler contribuire, le critiche a Giorgia Meloni e all’Europa e la proposta delle due «remigrazioni». Sullo sfondo resta il rapporto con una regione alla quale lega ricordi politici, scalate e una parte della propria formazione. E una convinzione: chi ha scontato una condanna non può essere costretto a restare per sempre fuori dalla vita pubblica.

Alemanno, a che cosa pensa se le dico Abruzzo?

«Innanzitutto è un legame di montagna. Sono un appassionato e per me il Gran Sasso è un gioiello unico in tutto l’Appennino. Ho un rapporto morboso. Sono cresciuto lì dal punto di vista alpinistico, sia sul versante teramano sia su quello aquilano, a Campo Imperatore e a Prati di Tivo».

Che cosa non funziona?

«La seggiovia di Prati di Tivo è ancora ferma e ci sono problemi anche a Campo Imperatore. Quattro o cinque anni fa ne parlai con Marsilio. Gli dissi: “Avete un gioiello che non sfruttate per beghe burocratiche”. Mi rispose: “Adesso risolviamo tutto”. Ho constatato che non è stato risolto ancora niente. È un peccato contro il nostro patrimonio nazionale che il Gran Sasso sia gestito così».

Ha imparato a scalare proprio lì?

«Sì, a Prati di Tivo, sul Corno Piccolo, con il mio maestro Gigi Mario. Durante la campagna per le europee del 2014 un mio assistente scrisse in un post Abruzzo con due “b”. Ci fu un gran casino. Promisi che, per rimediare, avrei scalato da solo il Gran Sasso. L’ho fatto e Il Centro pubblicò la fotografia in prima pagina. Ho anche altri legami».

Quali?

«L’altro legame riguarda tutto quello che abbiamo fatto nel periodo del terremoto all’Aquila, quando ero sindaco e mandai da voi la nostra polizia locale».

Dal punto di vista politico?

«Ho tantissimi amici, praticamente in ogni provincia. Molti sono ancora in Fratelli d’Italia, altri si stanno trasferendo in Futuro nazionale e credo che molti altri della Lega e di FdI si sposteranno con noi. Non dico un’emorragia, però c’è un flusso continuo di persone che trovano in Futuro nazionale quello che non hanno trovato, appunto, negli altri partiti di centrodestra».

Quindi tanti esponenti politici, anche in Abruzzo, chiedono di venire con voi?

«Se non chiedono, ci stanno pensando».

Può fare qualche nome?

«Metterei in difficoltà molti. Ci sono persone di destra sociale che oggi sono in Fratelli d’Italia e non le voglio mettere in imbarazzo».

Marsilio come sta governando in Abruzzo?

«È una persona capace. Lo conosco da quando era studente al liceo a Roma ed era un nostro dirigente studentesco. Non ho ancora fatto in tempo ad approfondire la politica regionale abruzzese. Ho citato l’aspetto del Gran Sasso, che mi lascia a bocca aperta, ma sicuramente Marsilio ha capacità notevoli. Di lui ho anche un ricordo personale».

Lo racconti.

«Riguarda la visita di George Bush padre a Nettuno. Era il 1989. Avevamo interrotto il corteo presidenziale per dare un segnale contro la sudditanza italiana nei confronti degli Stati Uniti. Le forze dell’ordine ci picchiarono».

Ma vi eravate resi protagonisti di episodi violenti?

«Macché. Il nostro sit-in consisteva, semplicemente, nello sdraiarci per terra. Abbiamo preso un sacco di manganellate, senza muovere un muscolo. Fabio Rampelli (attuale vicepresidente della Camera ed esponente di Fratelli d’Italia, ndr) stava perdendo un occhio per le botte. Avevamo teorizzato la non violenza, studiato Gandhi e l’utilizzo del nostro corpo per manifestare in maniera totalmente pacifica».

E vi portarono in carcere?

«Sì. Anche Marsilio. Lui è rimasto dentro un giorno, io tre. Poi ci hanno rilasciato perché non avevamo fatto niente».

Qual è l’immagine che le è rimasta?

«Proprio quella di Marsilio, detto il Lungo perché altissimo. C’erano le celle e la sua testa usciva dallo spioncino. Una cosa veramente incredibile».

Oltre alla montagna, quali altri ricordi abruzzesi conserva?

«I campi base degli anni Novanta, le riunioni che faceva Azione giovani, i Campi Hobbit a Castel Camponeschi. Abbiamo sempre scelto l’Abruzzo per far incontrare i giovani in ambienti naturali e storici, perché è centrale in Italia e ha luoghi stupendi».

Durante la detenzione, cosa le è mancato di più del mondo di fuori?

«In termini alti e spirituali, l’orizzonte, perché in carcere non si vede mai. A me piace la montagna e avere l’orizzonte è fondamentale. Banalmente, anche un bicchiere di vino, perché l’alcol è vietato».

Trovarsi da ex sindaco di Roma ed ex ministro in una cella di pochi metri: che cosa porta con sé?

«Una sostanza umana molto più profonda. L’esperienza carceraria ti fa percepire il valore della persona e delle cose semplici. È un momento quasi monacale. La cosa drammatica non è tanto quello che ho vissuto io, ma quello che vivono gli altri».

E la parte più drammatica?

«La vivono gli anziani. Il limite della carcerazione andrebbe fissato a 70 anni. Ci sono persone che girano in mutande perché c’è un caldo folle, da Alcatraz, e non c’è nessuna protezione. Persino quando ci sono i ventilatori donati dalle associazioni, spesso giacciono nei magazzini delle carceri».

Non nota una divergenza tra la sua battaglia contro il carcere a tutti i costi e i sostenitori di Vannacci che sono per il carcere duro?

«Quando ero sindaco di Roma, ho portato avanti campagne durissime a favore della sicurezza dei cittadini. Oggi il problema non è il carcere duro o non duro. Il problema è che le carceri sono in una specie di bolla di follia creata da uno Stato che non funziona. Chi sbaglia paga, è giusto. Ma se sbaglia lo Stato chi paga?».

Si spieghi meglio.

«Tantissime persone che sono in carcere in realtà non dovrebbero esserci. Qualche giorno fa è uscito dalla galera un uomo di 88 anni, tre mesi dopo la grazia parziale concessa da Mattarella. La comunicazione del presidente della Repubblica non era stata fatta al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. È tutto fuori controllo. I magistrati di sorveglianza sono pochi, hanno tantissimi fascicoli e non rispondono. Mancano le attività per la rieducazione. Io non immagino un carcere facile, non sono buonista. Io immagino un carcere dove si lavora, si studia, ci si forma e non ci si “brandizza”».

Lei è stato condannato in via definitiva nell’inchiesta Mafia capitale. E continua a dichiararsi innocente.

«Io sono innocente, l’ho sempre detto. Non ho commesso quei fatti. Mi è stato attribuito quello che faceva Franco Panzironi (ex amministratore delegato dell’Ama, ndr) sulla base del principio del “non potevo non sapere”. Ho fatto una telefonata per chiedere che fossero pagati dei debiti che il Comune doveva alla cooperativa di Salvatore Buzzi. Questa è la colpa per cui sono finito in carcere».

Quello è traffico di influenze?

«Secondo i giudici, sì. Poi c’è il fatto che avrebbe generato un abuso d’ufficio, mai contestato al Ragioniere generale del Comune. Non gli hanno mandato neanche un avviso di garanzia. E l’abuso d’ufficio è stato abolito. Abbiamo fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea».

Dopo il famoso abbraccio con Vannacci, molti hanno sostenuto che l’ingresso di un condannato nel nuovo partito fosse incompatibile con la sua figura.

«Anche se fossi colpevole, ho scontato la mia pena. Che facciamo, ricominciamo daccapo? Continuiamo con lo stigma? Ho i diritti civili. Perché non dovrebbe abbracciarmi? Dovrei stare sempre nell’angolo nascosto? Mi sembra una follia. Vannacci ha detto: “Non si lascia nessuno indietro” e “in ogni caso ha scontato, perché non lo devo frequentare?”».

Quando è nato un legame così forte?

«Quando lo abbiamo difeso a spada tratta nella polemica con il ministro Guido Crosetto. Se Crosetto avesse difeso il suo generale, probabilmente Vannacci oggi starebbe in Fratelli d’Italia. Ci sembrò assurdo che il ministro della Difesa difendesse il giornalista di Repubblica che aveva stigmatizzato “Il mondo al contrario”».

Poi siete diventati amici.

«Ci siamo incontrati, siamo stati a cena e ci siamo rivisti. Sono figlio di un generale dell’Esercito. Volevo fare la carriera militare, ma a 15 anni mi ruppi una gamba con il motorino. Mio padre voleva che facessi l’ufficiale, io sognavo di fare il paracadutista».

Vannacci è venuto a trovarla in carcere?

«Sì. C’erano detenuti che si facevano firmare il libro e si facevano fotografare con lui. Fu commovente, un bel momento. Trovarlo lì, conoscendo come la pensa, è stato un bel segnale».

È più importante Alemanno per Vannacci o Vannacci per Alemanno?

«Sicuramente è più importante Vannacci per Alemanno. Quando io ho costituito il Movimento indipendenza facevo una battaglia di testimonianze, eravamo in pochi. Con Vannacci finalmente c’è una speranza».

Lei è l’ideologo di Vannacci?

«No, assolutamente no. Vannacci ha una sua personalità e sta crescendo politicamente. La gestione del programma è affidata a un giovane professore toscano, Lorenzo Gasperini. Sto cercando di portare la mia esperienza, la mia storia, il patrimonio della destra sociale e del sovranismo sociale in Futuro nazionale».

Con quale obiettivo?

«Futuro nazionale non deve ripetere gli errori della Lega e di Fratelli d’Italia. Vorrei un partito ampio, capace di interpretare tante esigenze e tante realtà».

Quali errori?

«Il primo è pretendere di imporre partiti personali. I partiti personali sono la iattura della politica italiana. L’unico partito non personale, come il Partito democratico, riesce a sopravvivere nonostante gli errori e le sue idee. Gli altri sono partiti monocratici, monopersonali, senza dialettica e democrazia interna. Ed è impressionante».

E il secondo errore?

«La differenza tra sovranismo e conservatorismo. Giorgia Meloni è passata da un partito tendenzialmente sovranista a uno integralmente conservatore. Un partito che aveva promesso di cambiare l’Italia oggi è integrato nell’Unione europea, nel sistema e nello status quo. Se uno si dice conservatore, come fa a cambiare le cose?».

Come riassume Futuro nazionale?

«In primis Vannacci, una figura con uno standing che gli altri leader politici, sia di destra che di sinistra, si sognano. Ha svolto comandi operativi importanti, ha tre lauree e parla cinque lingue. È di un altro livello. Seconda cosa, il sovranismo: una forza che finalmente lo interpreta senza complessi di inferiorità e inibizioni come quelle che si stanno sempre più manifestando in Fratelli d’Italia».

“Senza inibizioni” che cosa significa in concreto?

«Significa dire la realtà. Anche la destra pratica un’autocensura sui valori, sui principi e sul modo di parlare. Vannacci ha la capacità di romperla, magari certe volte in modo eccessivo e con qualche ingenuità, come nel “Mondo al contrario”. Inoltre dice con chiarezza che il problema dell’Italia è l’Unione europea».

Siete d’accordo su tutto?

«No. Ci sono molte cose sulle quali ci confrontiamo, a cominciare dalle carceri. Un partito non deve pensarla in una sola maniera. Il discorso delle carceri non lo sto portando in Futuro nazionale: per me è una battaglia trasversale».

Youtrend, che calcola la media ponderata di tutti i sondaggi italiani sulle intenzioni di voto al 9 luglio, indica Futuro nazionale al 6,9%, con una crescita dello 0,9% rispetto al 25 giugno.

«C’è una reazione popolare che può portarci alle due cifre. Io ci scommetterei».

Che cosa ne pensa del vocabolario un po’ retrò, per usare un eufemismo, di Vannacci?

«È il vocabolario della provincia italiana, che vive di cose semplici e di affermazioni elementari, che apprezza la vita e lo sport. È la provincia italiana che si esprime in questo modo vitale, che non vuole morire, che vuole avere radici precise. È la realtà del nostro popolo. Spesso, purtroppo, le élite e gli intellettuali non lo capiscono».

Vannacci in canotta. Vannacci in giro a torso nudo. Vannacci che si getta tra i flutti. Vannacci che scherza sulla battaglia del grano. È un richiamarsi all’iconografia mussoliniana classica, in un modo un po’ scanzonato?

«Ma dai (sorride, ndr), non è così».

Che senso ha, allora, chiamarsi “camerati” al congresso di Futuro nazionale?

«Vannacci sta facendo un’operazione in cui afferma una serie di parole, timbrate come fasciste per sempre, che in realtà appartengono al gergo italiano».

Del gergo italiano del Ventennio, forse.

«La parola “camerati” esisteva da prima del Ventennio. Si chiamavano così i commilitoni di uno stesso reparto militare».

Magari, se siamo in una caserma, ciò che lei dice ha senso. Nella vita di tutti i giorni, invece, questa parola assume una connotazione specifica. Non crede?

«“Camerata” è l’idea di chi combatte insieme. Vannacci sta rompendo tutte le autocensure che la destra si è sempre fatta per paura di essere schiacciata sullo stereotipo fascista. Questa prigione mentale, questo politicamente corretto vanno spezzati perché non rappresentano la realtà italiana, quella che si vive in mezzo alla gente».

C’è chi, a destra, accusa Futuro nazionale di essere usurpatore della storia altrui.

«Vannacci è stato comandante della Folgore, la quintessenza della destra italiana. È l’immagine del servizio alla patria e del coraggio. È stato comandante del Col Moschin, che difende l’Italia in tutto il mondo. Chi sta in prima linea è il Col Moschin, non Giorgia Meloni o Matteo Salvini».

In Abruzzo, Futuro nazionale sa come si sta organizzando?

«Non posso dirlo, ma ci saranno grosse sorprese nei prossimi giorni».

Qualcosa può anticiparlo a livello di nomi?

«No».

Più o meno a quante persone arriverete?

«Non sono autorizzato a dirlo».

Lei che tipo di ruolo avrà?

«Stiamo ancora dialogando, ma io non ambisco a ruoli. Voglio dare un contributo concreto. Non voglio fare la figura di quello che va a mendicare poltrone alla mia età e con la mia esperienza. Voglio dare un contributo di alto profilo. Dobbiamo ancora confrontarci profondamente con Vannacci».

L’errore più grande che sta facendo la Meloni?

«Non aver affrontato seriamente il problema dell’Europa. Il cuore dell’Europa sono i vincoli europei, ciò che ci impedisce di fare investimenti, crescere e guidare la nostra economia. Questo tema non lo ha affrontato, al punto che hanno firmato il Patto di stabilità europeo nonostante avessero il potere di veto sul Mes. In politica estera ha fatto più protagonismo personale che tutela della sovranità nazionale. Questo non significa che Meloni sia tutta negativa: ha fatto un incredibile percorso politico. Però deve fare un bagno di umiltà per capire le ragioni di chi non si riconosce in questo centrodestra».

Capitolo immigrazione.

«Rivendico tutti i discorsi di integrazione vera e rifiuto ogni forma di islamofobia. Ma il problema è uno solo: quando gli immigrati superano una certa percentuale rispetto alla popolazione allogena, cioè ai cittadini italiani, ciò genera problemi di integrazione irrisolvibili. Se vogliamo l’integrazione ed evitare il razzismo e la xenofobia, l’immigrazione deve essere tenuta su percentuali basse».

Il già citato Gasperini, responsabile del programma di Vannacci, ha parlato di “invasione islamica”. È d’accordo?

«Lui ha affermato che c’è un pericolo di fondamentalismo islamico in Europa. E questo mi pare abbastanza possibile».

Ma i numeri dell’immigrazione, in Italia, non sono allarmanti.

«Il problema è che non sono distribuiti uniformemente».

È una questione di gestione, dunque?

«Quel 12% di immigrati si concentra in determinate aree e crea sacche totalmente non integrate e, nel tempo, pericolose. I problemi, con i clan etnici e le bande di maranza, li abbiamo con la seconda e la terza generazione. Certo, poi possiamo sognare una realtà diversa. Dal punto di vista umano e da cattolico, lo capisco. Ma la quotidianità che vivono gli italiani è questa: quando nei quartieri la percentuale di immigrati supera il 10-15%, saltano tutti gli schemi».

E allora gli immigrati dobbiamo farli morire in mare?

«Non dico assolutamente questo. Devono essere assistiti e salvati. Ma il principio è che non basta mettersi su un barcone per arrivare in Italia e aspirare alla cittadinanza».

Quella di chi rischia la vita nei viaggi della speranza non è una scelta: è una necessità.

«Non sono d’accordo. La gran parte degli immigrati che sceglie di venire qui un’alternativa ce l’ha, non è costretta. S’illudono di arrivare in un paradiso terrestre che, in realtà, non esiste. Io immagino due remigrazioni».

Ovvero?

«Una remigrazione per ridurre il numero di immigrati regolari o irregolari nel nostro Paese, perché, come ho già detto, oltre una certa percentuale c’è il rischio del collasso dell’identità e della coesione sociale. E un’altra remigrazione per riavere persone più giovani: italiani che oggi sono in Sudamerica e soffrono situazioni come quella del Venezuela. Possono tornare da noi».

Incentivandoli come?

«Economicamente e con opportunità di lavoro. Questa idea non è mia, è di Cesare Pozzi, il decano di Economia industriale alla Luiss».

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