Abruzzo. Legge salva balneatori a rischio. Bocciato il precedente del 2017

Il piano del centrodestra per “blindare” gli stabilimenti e bloccare le aste della direttiva Bolkestein.
Anche il centrosinistra provò a salvare le gestioni locali, ma la Corte costituzionale mise il veto
PESCARA
Era intitolata “Tutela del legittimo affidamento dei concessionari balneari” la legge regionale numero 30 del 2017: durante l’amministrazione D’Alfonso di centrosinistra, il consiglio regionale d’Abruzzo ci aveva provato già una volta a “salvare” i gestori degli stabilimenti dalla scure della direttiva europea Bolkestein che prevede l’apertura al mercato con le concessioni all’asta. Ma la Corte costituzionale ha preso quella legge, che puntava a scavalcare le norme nazionali, e ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale «per violazione della competenza in materia di tutela della concorrenza, riservata alla legislazione statale». È questo il precedente che torna d’attualità il giorno dopo la presentazione di un progetto di legge del centrodestra che, a distanza di 9 anni, mira a “blindare” gli stabilimenti balneari abruzzesi attraverso il concetto di “scarsità delle risorse”: appena tre parole che, però, hanno l’ambizione di risolvere un caso che si trascina da vent’anni.
Il punto cardine della proposta di legge 133, firmata dal presidente del consiglio regionale Lorenzo Sospiri di Forza Italia e dal capogruppo azzurro Emiliano Di Matteo, da Carla Mannetti della Lega e Gianpaolo Luigi per la lista Marsilio Presidente, è un algoritmo giuridico legato alla quantità di spiaggia occupata e a quella che invece è ancora libera. La base del pdl 133 – appena 4 articoli stringati – dovrebbe essere fatta di numeri: l’articolo 2 stabilisce che «entro 45 giorni dall’entrata in vigore della presente legge, il dipartimento regionale competente in materia redige uno studio finalizzato alla verifica e all’aggiornamento dei dati relativi ai rapporti concessori in essere nelle aree demaniali marittime insistenti sul territorio regionale e quantifica il rapporto tra le aree interessate dalle concessioni e le aree libere». La politica si affida proprio ai dati per provare a difendere i gestori degli stabilimenti dalle aste: se la mappatura dimostrerà che in Abruzzo ci sono ancora chilometri di spiagge libere da assegnare, per la Regione decadrà il presupposto europeo della «scarsità» e allora i Comuni costieri avranno il via libera per sospendere i bandi con il compito di firmare le proroghe trasferito a sindaci e dirigenti comunali.
Ma la legge rischia di finire ancora una volta sotto la lente del governo che potrebbe impugnarla. La lista dei precedenti è lunga: se l’Abruzzo ci ha provato nel 2017 a tutelare il “legittimo affidamento” dei concessionari balneari, scaricando ai Comuni forme di protezione dei gestori, a partire dal 2009 si erano mossi anche Emilia Romagna, Marche, Veneto, Liguria, Calabria, Sicilia e Toscana. E il risultato è stato sempre lo stesso: ritrovarsi in un vicolo cieco con la Corte costituzionale a bocciare le leggi regionali, “sacrificate” all’altare della concorrenza.
Il meccanismo ipotizzato dal centrodestra prevede due strade: se la risorsa spiaggia risulterà abbondante, i Comuni, «previa verifica che la concessione non presenti un interesse transfrontaliero certo, procedono alla proroga delle concessioni balneari in essere»; se invece risulterà scarsa, si andrà avantui con le evidenze pubbliche. Per questo, Sospiri, Di Matteo, Mannetti e Lugini ritengono che «la proposta non esclude il ricorso alle procedure competitive, ma ne prevede l’applicazione esclusivamente nei casi richiesti dal diritto europeo»: secondo gli esponenti della maggioranza, questo potrebbe bastare a mettere la legge al riparo di una impugnativa. Ma la possibilità di un’altra bocciatura eccellente c’è.
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