Addio a Nunzio Mancini. Ultimo minatore sopravvissuto a Marcinelle

30 Giugno 2026

Aveva 96 anni, l’esplosione nella miniera l’ha segnato per tutta la vita

MANOPPELLO

È morto l’ultimo minatore manoppellese di Marcinelle. Aveva 96 anni, Nunzio Mancini, e quel giorno di settanta anni fa, si salvò dalle fiamme del Bois du Cazier, perché aveva il turno di pomeriggio. La tragedia avvenne nelle prime ore del mattino dell’8 agosto 1956, questa la data che ci consegna la storia. In realtà, lo scoppio in miniera ci fu due giorni prima, lunedì 6 agosto 1956, secondo quanto afferma Nino Domenico Di Pietrantonio, che con Mancini, una volta tornati in patria, uno a Lettomanoppello, l’altro a Manoppello, fondò l’associazione Minatori Vittime Bois du Cazier. Intanto oggi le due comunità piangono Nunzio Mancini insieme alla famiglia del minatore scomparso, i figli Maria Rita e Giorgio, il fratello Antonino, il genero Santino, la nuora Donatella, i nipoti Jacopo con Anna Chiara, Milena con Donatello, Federica con Mattia, Giacomo con Jessica, i pronipoti Maila, Emanuele, Saverio, Nicole e Leonardo. La camera ardente, allestita nella casa funeraria D’Emilio, resterà aperta fino a stamani alle 8. Le esequie si svolgeranno oggi alle ore 10 nella chiesa di San Pancrazio. La salma riposerà nel cimitero di Manoppello.

Nella miniera morirono 262 minatori, 136 italiani, 60 abruzzesi, di cui 18 di Manoppello, definita la Città Martire, 8 di Lettomanoppello e 10 di Turrivalignani, tre paesi che hanno pagato un alto tributo di sangue.

Nunzio aveva 27 anni, scampò alle fiamme, miste di carbone gas grisù, perché quel giorno attaccava il turno di pomeriggio. Poi si unì ai soccorritori per tentare di trovare qualche compagno vivo. Li hanno cercati per giorni. Furono ritrovati carbonizzati a 1.035 metri di profondità, dove un incendio, causato dalla combustione d’olio ad alta pressione, innescato da una scintilla elettrica, ha polverizzato vite, speranze e futuro. Il fuoco al Bois du Cazier scoppiò nel condotto che portava l’aria dentro i tunnel sotterranei, provocando enormi colonne di fumo all’interno della miniera. I superstiti che furono tirati fuori nelle ore immediatamente successive all’incidente furono soltanto 13.

Lo ricorda l’amministrazione comunale di Manoppello: «Nunzio affrontò il compito più difficile: riportare in superficie i suoi compagni. Un dolore che lo ha accompagnato per tutta la vita e che ha trasformato in una missione di memoria, raccontando alle nuove generazioni il valore del lavoro, della dignità e del sacrificio. La sua scomparsa assume un significato ancora più profondo nell’anno in cui ricorre il 70° anniversario della tragedia di Marcinelle, una ricorrenza che invita tutti a custodire e tramandare una memoria che appartiene all’intero Paese».

Il sindaco e presidente della Provincia, Giorgio De Luca: «Con la sua scomparsa, Manoppello perde un uomo che ha rappresentato la memoria viva di una delle pagine più dolorose della nostra storia. La sua testimonianza è stata un patrimonio umano e civile straordinario. Nel settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, il suo esempio ci richiama al dovere di non dimenticare mai il sacrificio di tanti lavoratori emigrati in cerca di un futuro migliore».

Cordoglio è stato espresso da Davide Castellucci, presidente dell’associazione “Marcinelle per non dimenticare”: «Se ne va l’ultima testimonianza vivente di Manoppello della tragedia di Marcinelle. Un uomo che ha lottato tutta la vita affinché quel ricordo resti nella memoria di tutti. Grazie, Nunzio».

Il ricordo del fratello, Antonino: «Era l’unico rimasto, ha vissuto giorni di angoscia non vedendo più i suoi compagni minatori. Me lo raccontava con la tristezza negli occhi».

Non lo dimentica il museo Bois du Cazier, dal nome della località dove avvenne il disastro minerario, ex miniera di carbone nel territorio dell’allora comune di Marcinelle, vicino Charleroi, in Belgio, dal 2012 Patrimonio dell’Umanità: «Arrivò minorenne al Bois du Cazier il 4 settembre 1952. L’8 agosto 1956 sfuggì al dramma perché era in pausa pomeridiana. Quel giorno partecipò ai lavori svolti nel nuovo pozzo per consentire la discesa dei soccorritori. Dopo la catastrofe, lavorò al Charbonage d’Amercoeur fino al 7 marzo 1957, prima di tornare a Bois du Cazier dove rimase fino al 1960 prima di tornare in Italia con la famiglia. In questo 70° anniversario della tragedia di Marcinelle, il suo esempio ci ricorda di non dimenticare mai il sacrificio di tanti lavoratori migranti alla ricerca di un futuro migliore».

Nino Di Pietrantonio, 79 anni (Cavaliere della Repubblica dal 2000) e Nunzio Mancini, nel 1956 erano vicini di casa in Belgio. Nino abitava in Rue de Nalinne 314, Nunzio «una quindicina di metri più in là». Nunzio aveva qualcosa più di 26 anni, Nino ne aveva circa 10 all’epoca.

«Lo scoppio», racconta Di Pietrantonio, che ha chiamato “8.8.1956” la sua associazione, «ci fu intorno alle 7.15, molto prima di quelle 8.10 che ci consegna la storia. A quell’ora le colonne di fumo che vedemmo dalla nostra casa ci fecero scappare fuori e ci aggrappammo ai cancelli della miniera, insieme ai tantissimi altri familiari delle vittime. Con mia madre, Grazia Toppi, rimasi per tre giorni lì davanti, in attesa del corpo di mio padre Emidio. Ma lui, come altri, non tornò mai più. Ci dicevano: tranquilli, ora usciranno. Ma in pochi uscirono vivi, gli altri tutti carbonizzati nelle viscere della terra dove le temperature raggiunte erano altissime, quanto quelle di un forno crematorio. Mi ricordo solo due ambulanze che intervennero, in una c’era Camillo Iezzi di Manoppello, completamente gonfio. Morì in ospedale, poco dopo. Nunzio, che faceva il fuochino, aveva cioè il compito di preparare le micce per provocare le crepe nelle vene di carbone, fu chiamato come rinforzo ai soccorritori, insieme ad Armando Giorgini di Mosciano Sant’Angelo, che lavorava in un’altra miniera della Vallonia e teneva un diario della sua esperienza».

Secondo Di Pietrantonio, ad appiccare il fuoco «sotto la pressione di un superiore, fu Antonio Iannetta di Boiano. Nel 2000 andai a trovarlo in Canada dove viveva, per farmi raccontare tutto. Un ingegnere capo, non si sa bene perché, gli chiese di accendere un piccolo focherello. Lui obbedì senza rendersi conto delle conseguenze. Ai minatori fu posto il veto di raccontare per 50 anni cosa accade al Bois du Cazier. Ma il tempo è tiranno, oggi i testimoni sono quasi tutti morti. Negli anni, ho scoperto anche che i corpi non erano nelle bare. Ho chiesto la riesumazione di mio padre per verificarlo, ma mi è stata negata più volte. Ventisei anni fa denunciai tutto alla Procura della Repubblica di Pescara».

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