IL SAGGETTO

Pomilio, famiglia folle da serie Netflix o da film di Quentin Tarantino

29 Giugno 2026

Generazioni di matti seri che attraversano il Novecento e il Duemila come percorrendo un cammino ipertecnologico e predestinato

Questa è una famiglia di matti. Matti seri, sia chiaro. Matti visionari, di quella genìa fortunata che riesce ad immaginare oltre la linea che per gli altri è – invece – posta davanti allo sguardo come un confine invalicabile.

Matti di quella caratura particolare e rara, che riesce a quadrare i conti con la propria fantasia, ma persino a trovare le risorse (anche economiche) per mettere in pratica le proprie intuizioni, a costituire imprese che sono fatte della stessa materia dei sogni: volare, forgiare elettrolizzare, vinificare, distillare, immaginare, evolvere: questa è la storia di cinque generazioni (o sei? Si perde il conto) di Pomilio, che attraversano il Novecento e il Duemila come percorrendo un cammino ipertecnologico e predestinato, ma anche come i capitoli di un poema futurista marinettiano – Zang, Tumb, tumb! – che tra clangori di officina, acciai martellati, liquori e curvature ardite si lascia dietro una scia infinita di opere, di manufatti, di reperti, che è anche difficile da inventariare: qui si racconta di macchine, di progetti, di visioni motoristiche ed urbanistiche, di moderni codici comunicativi, e persino un capitolo tutto fatto di ori e di medaglie, di coppe, di trofei sportivi.

In Inghilterra i Pomilio sarebbero un’ode vittoriana studiata nei licei, in Germania sarebbero diventati un Bildungsroman in stile Buddembrock, in America di certo avrebbero prodotto più di un kolossal Hollywoodiano: io ad esempio me li immagino sia in una serie Netflix incardinata intorno al volto inquieto di Leonardo Di Caprio, una sorta di Peaky Blinders italiano (senza lame ma con molti bulloni) che in un lungometraggio postmoderno e spiazzante alla Quentin Tarantino.

Ma siccome noi siamo in Italia, e non c’è più la Rai bernabeiana e padagogica, nessuno – purtroppo – ha mai commissionato a Ennio Morricone una partitura in loro nome, un “C’era una volta a Pescara” che adesso sarebbe eseguito in tutti i teatri del mondo: ecco perché (per ora), per riuscire ad immaginarvi tutto il resto, abbiamo solo la fortuna del prezioso saggetto che vi ritrovate tra le mani, le provocazioni che vi consegno in questa prefazione, e la vostra personale fantasia. Dunque proviamoci.

Questa è davvero una famiglia di matti – non dementi, alla latina, cioè privi di mente – ma folli e sognatori alla Steve Jobs, cioè animati da una provvidenziale follia Erasmiana. I successi sono così tanti che degli insuccessi non è rimasta memoria. E, come sa bene chi non crede alle favole, questo racconto comincia su basi solidissime, piantate dai trisavoli ingegneri: gente che fa stare in piedi le architetture più ardite, e che fa di calcolo tre volte prima di mettersi ad inseguire gli schizzi del codice di Leonardo. Quindi ci prova, però, ci riesce.

Tuttavia vorrei avvertire i lettori che qui non siamo nel campo dell’apologia. Questa non è una celebrazione familiare, non è una cappella privata eretta in qualche angolo di cimitero ben piantumato per glorificare l’Araldo e gratificare i parenti stretti. Non è insomma una messa cantata utile ai Pomilio che furono e ai loro pur talentuosi eredi contemporanei, che dei mondi meccanici di cui sono figli hanno ereditato una sobrietà di stile addirittura esagerata. Questo è un racconto utile a noi, a quelli che stanno in platea a godersi lo spettacolo: perché si potrebbe dire che questa saga è un manuale di storia contemporanea, messo a disposizione dei posteri. Un testo così assortito, eclettico e vario che mi piacerebbe riassumerlo in una sequenza di domande paradossali in stile Settimana Enigmistica, un quiz a croce per le scuole: 1) Cosa unisce l’elicottero e il rinoceronte? 2) Cos’hanno in comune il Vittoriale e l’Aurum? Cosa lega Duke Ellington e lo scudetto del Pescara, i delfini che saltano in mare e Take the A Train del Duca? La risposta sarebbe sempre la stessa: “Pomilio”, “Pomilio”, “Pomilio”.

Lungo il sentiero di strada maestra ci si può perdere mille rivoli e mille avventure, perché i grandi animatori di passioni catalizzano intorno alle loro intelligenze anche quelle degli altri. È un altro dono di questa famiglia. Il carteggio tra Andrea Pomilio e Gabriele D’Annunzio oggi è materia per letterati e per corsi universitari, ma per il piccolo Franco (oggi a capo di una agenzia di comunicazione globale) quando da bambino frugava nelle librerie della casa di famiglia, quei fogli svolazzanti erano carta da riuso per disegnare con i pennarelli. E il primo elicottero della storia, che si sollevò in volo (a pochi passi dalla redazione del Centro in cui mi trovo ora), fu figlio del sodalizio fantastico e inscindibile dei Pomilio con un altro genio della progettazione, Corradino D’Ascanio. In fondo se si dovesse scrivere la carta di identità della Vespa, bisognerebbe sempre aggiungere che è composta da una figlia, e da due genitori, un D’Ascanio ed un Pomilio. Ingegnere uno e ingegnere due.

Faccio un altro piccolo esempio: Umbria Jazz nasce come una costola di Pescara Jazz, e persino il suo logo è figlio naturale di quello che la Pomilio Blumm disegnò per Lucio Fumo, l’uomo che nel lontano 1968 riuscì a portare Duke Ellington a Pescara. Ogni invenzione produce conseguenze che durano nel tempo, che germogliano, che battezzano nuove avventure, nella mente di uomini che al momento della creazione non sono ancora nati. Ecco perché questo compendio di storia andrebbe studiato nelle scuole. Ecco perché vorrei che ogni giovane pescarese, abruzzese, italiano lo mettesse nel suo bagaglio esistenziale. Ultimo aspetto: questa storia nasce in provincia, ma è una storia compiutamente cosmopolita. Nasce tra i ghirigori alati del liberty, nei cieli di De Saint Exupery, ma approda fino alle piattaforme dell’età digitale. Si parte da Francavilla per arrivare al mondo, ma si muovo i primi passi nel tempo in cui la Francavilla dell’epoca era il luogo iniziatico del Cenacolo michettiano o dannunziano. Quando questa cittadina ospitava letterati, artisti e intellettuali del livello di D’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Paolo Tosti, Vittorio Pepe, Costantino Barbella, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Basilio Cascella, Wihelm von Gloeden, Guido Boggiani, Pietro Mascagni e tanti altri.

L’ultima morale di questa avventura, che è lunga due secoli e due millenni, è che non lasci mai la tua radice, perché te la porti dietro per tutto il pianeta, ovunque ti trovi a lavorare: come una bandiera.

Ma adesso, siccome non ci sono le rose senza le spine, bisognerebbe aggiungere anche qualche nota dolente. Il mondo primigenio in cui gli avi Pomilio hanno mosso i loro primi passi non esiste più. Il grande atelier della belle epoque, il grande atelier dell’industria italiana che si fa avanguardia nel mondo ha chiuso i battenti. Speriamo che non sia per sempre, ma per adesso è così. E forse si è anche spenta la fiamma a tratti persino ingenua di questo entusiasmo pionieristico in cui tutto era bello, tutto riusciva, tutto sembrava sempre possibile. Mi diverte pensare che ogni volta che vado a lavorare a La7, a Roma, in via Novaro, proprio sotto l’osservatorio di Monte Mario, mi trovi in una sorta di parco urbanistico incompiuto in cui un Pomilio (in questo caso Carlo) aveva immaginato fabbriche e officine, e in cui oggi c’è uno dei più belli e costosi quartieri residenziali di Roma. Oggi il sentiero della storia è cambiato, e ci ritroviamo in una modernità più complessa, più difficile da interpretare, piena di visioni profetiche distopiche e pensieri cupi. La storia dei Pomilio, dunque, è di nuovo di fronte ad un bivio: può diventare il più sontuoso album di famiglia, e finire davvero richiuso in una dimensione celebrativa e museale. Oppure può diventare una grande lezione messa a disposizione di chiunque, su come ci si fa largo a sportellate nel mondo, su come e perché gli italiani sono diventati grandi e possono restarlo. Tutti noi sappiamo bene, se siamo arrivati a questa riga finale, che quei nove fratelli inventivi, non avrebbero un solo dubbio tra una cosa e l’altra. Non li abbiamo mai incontrati, ma adesso – per nostra fortuna – li conosciamo benissimo.

Test finale: qual è l’ultimo messaggio di lungo e immaginifico racconto? Semplice. La parola che ci portiamo dietro è la più bella, visionaria, insensata e divertente di tutte quelle che hanno ballato in questo racconto. Fatene la vostra arma segreta, quando arriverà il momento in cui gli altri non avranno più nulla di intelligente da dire. Voi calate l’asso: Blumm!