D’Aversa, dalla Curi al Torino: «La nostra una terra di talenti»

L’allenatore pescarese a 360°: «Di Mascio e Ortolano mi hanno cresciuto, Oddo e Grosso due fenomeni che ci hanno fatto vincere il Mondiale. Il Toro? Abbiamo fatto l’impresa, dispiace non essere rimasto»
PESCARA. «Va benissimo giocare a calcio fin da bambini, ma si cresce e si diventa grandi anche sui banchi di scuola e sui libri». È il consiglio che il pescarese Roberto D’Aversa, affermato allenatore di serie A, ha voluto affidare ai più giovani nel corso del Gran Galà del calcio abruzzese che si è tenuto a Ortona, qualche giorno fa, prima di ricevere il premio quale miglior allenatore italiano della stagione passata. D’Aversa, nato in Germania 51 anni fa da una famiglia originaria di Pescara, è tornato insieme ai suoi da bambino nella città dannunziana, con la voglia di iniziare la carriera da calciatore. Senza mai perdere di vista quello che gli ripetevano fino allo sfinimento i suoi “maestri” pescaresi Cetteo Di Mascio e Daniele Ortolano della Renato Curi e poi i dirigenti del Milan durante il suo percorso nelle giovanili rossonere: il calcio fa rima con la cultura.
Che esperienza è stata quella degli ultimi mesi sulla panchina del Torino?
«Un’esperienza sicuramente positiva conclusa con la salvezza ottenuta con largo anticipo».
Il presidente Cairo le ha preferito Ignazio Abate. Deluso?
«Un po’ di delusione c’è sicuramente perchè avevamo fatto un buon lavoro, ma sono decisioni che vanno accettate».
Il suo percorso da allenatore è iniziato a Lanciano nel 2014.
«Ho avuto la fortuna di iniziare la mia attività di allenatore in una piazza come quella di Lanciano in cui avevo concluso la mia carriera da calciatore con la conquista della serie B. Sarò sempre riconoscente alla famiglia Maio e al direttore sportivo Luca Leone che mi offrirono quella chance».
Poi altre panchine in giro per l’Italia: Parma, Sampdoria, Lecce, Empoli e da ultimo, il Torino.
«Si, con tanti successi e qualche momento di delusione ma fa parte del gioco. L’importante è riuscire sempre a guardare avanti».
Da calciatore anche una breve parentesi nel Pescara nel 2000.
«Brevissima, c’erano problemi di mercato in quella formazione e a novembre andai alla Sampdoria. Ricordo, però, che c’erano tanti giocatori bravi e il pensiero va al portiere Domenico Cecere che ho conosciuto in quel periodo è che purtroppo è venuto a mancare qualche anno fa».
A Pescara sono cresciuti calciatori che poi sono diventati anche bravi allenatori in serie A, come lei del resto.
«Direi che in generale l’Abruzzo e Pescara in particolare hanno dato al calcio italiano grandi talenti. Non dobbiamo dimenticare che, nella Nazionale azzurra campione del mondo nel 2006, c’erano due giocatori fenomenali come Fabio Grosso e Massimo Oddo. Evidentemente, questo è un territorio in cui si riesce a lavorare bene, anche grazie alle condizioni ambientali favorevoli».
Una certificazione di qualità?
«Certo, a prescindere dall’intervento di grandi uomini come, ad esempio, Giovanni Galeone che ha portato una mentalità diversa, un gioco più moderno, un calcio propositivo. Credo che il segreto di questo successo sia legato al territorio abruzzese. Mi auguro che in futuro possano emergere altri nomi interessanti».
Con Grosso e Oddo facevate parte della stessa nidiata di giovani promesse.
«Più o meno. Io sono della classe 1975, mentre Fabio Grosso è del 1977 e Massimo Oddo è nato nel 1976. Siamo cresciuti insieme sotto l’ala del presidente Daniele Ortolano, il “padre” di generazioni di calciatori quando era il patron della Renato Curi a Pescara. Una società che ha fornito tanti giocatori a società blasonate e che è riuscita a vincere titoli nazionali a livello giovanile con i tecnici Alberto Mansueti e Cetteo Di Mascio abili a farci lavorare già con una mentalità da professionisti pur essendo dilettanti».
Come può ripartire il Pescara in serie C dopo la retrocessione?
«La delusione è stata enorme da parte di tutti. Ad un certo punto del campionato, in tanti eravamo convinti che il Pescara potesse salvarsi. Purtroppo nel calcio gli episodi possono spostare il risultato di una partita e alcune volte, ancor peggio, possono decidere un intero campionato. Credo che ognuno debba ragionare sulle proprie responsabilità dopo un insuccesso, così come ha fatto il presidente Sebastiani».
Si può puntare sulla rosa dello scorso anno?
«Ci sono giocatori importanti come Brugman, tanto per fare un nome, che potrebbero essere fondamentali per programmare un campionato di vertice in serie C. Bisognerebbe confermare la maggior parte della rosa, quella che da gennaio in poi ha fatto molto bene compiendo un percorso positivo prima degli errori pesanti commessi nella partita in casa contro la Sampdoria e nelle trasferte di Carrara e Padova».
A proposito di Padova e del rigore sbagliato da Russo e non calciato da Insigne, se lei fosse stato in panchina cosa avrebbe fatto?
«Se n'è parlato fin troppo di quella faccenda. Solo chi stava lì può esprimersi».
La scossa di Silvio Baldini in Nazionale che valore ha per il futuro del calcio italiano?
«Mi ha fatto molto piacere perchè so come ha lavorato a Pescara nella stagione conclusa con la vittoria dei play off di serie C. E so come lavora anche fuori dal campo puntando molto sulla disciplina. Con l’Under 21 sta facendo benissimo e prima delle due amichevoli con la Nazionale maggiore l’ho chiamato per complimentarmi con lui. Sono felice che le abbia vinte entrambe, puntando su un gruppo formato da giovanissimi».
Un bel segnale?
«Davvero un bel segnale quello lanciato dal Ct Baldini e rivolto agli sportivi italiani. Una dimostrazione di coerenza nelle proprie idee e di coraggio».
La prossima panchina?
«Si vedrà. Per adesso mi godo l’Abruzzo e il mare».
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