Calcio

Luiso, il bomber di provincia: «L’Abruzzo è la mia seconda casa»

27 Giugno 2026

Dal gol in rovesciata al Milan alla notte magica a Stamford Bridge in Coppa delle Coppe: «Mi cercarono Lazio, Roma e i rossoneri, ma non avrei accettato di fare la panchina neanche a Weah»

PESCARA. «Ho scelto di essere un bomber di provincia ed è per questo che oggi tutti parlano ancora di me. Se fossi andato in un top club a fare la riserva, non avrei avuto la stessa fama». Dalla serie D con il Sora alla A con il Vicenza, fino alla semifinale europea della Coppa delle Coppe. Pasquale Luiso ha fatto innamorare milioni di tifosi. Di attaccanti come lui nel calcio italiano ce ne sono sempre di meno. «Oggi giocherei in Nazionale a occhi chiusi e il mio cartellino costerebbe 30 milioni di euro». Il suo nome è nella storia per la prodezza in rovesciata contro il Milan che fece saltare la panchina di Tabarez e per la notte magica allo Stamford Bridge quando fece gol e zittì i tifosi del Chelsea. Partito dai dilettanti, Luiso ha giocato tra A e B con Torino, Pescara, Avellino, Piacenza, Sampdoria, Ancona e Salernitana. In Abruzzo ha lasciato un pezzo di cuore perché, oltre ai due anni da calciatore in B con il Pescara, ha vestito anche le maglie del Teramo e del Celano, squadra che poi ha allenato oltre al Sulmona e al Chieti. «In Abruzzo sono stimato in ogni posto in cui sono stato e questa è una grande fortuna. Ho ancora casa a Francavilla al Mare, la comprai quando giocavo a Pescara».

Luiso, perché la chiamano il Toro di Sora?

«Perché il Torino mi prese dal Sora e allora si divertirono a darmi questo soprannome che rispecchiava anche il mio modo di giocare perché in campo ero un toro e non mollavo mai».

Di lei dicono che era anche un rompiscatole in mezzo al campo.

«Volevo giocare sempre titolare e fare gol in ogni partita. Avevo fame. Se i compagni mi passavano male la palla, mi lamentavo».

Con gli allenatori ha mai avuto discussioni?

«L’unico con cui ho litigato pesantemente è stato Franco Colomba a Vicenza. Arrivavamo dalla Coppa delle Coppe. Io ero l’idolo della tifoseria, lui arrivò troppo esaltato. Il mister non si schierò dalla parte dei senatori, i vari Luiso, Zauri e Di Carlo, ma volle fare troppo il protagonista. Volarono parole grosse tra me e lui».

Il carattere è stato il limite che le ha impedito di andare in un top club?

«Sì, perché io volevo giocare titolare e non accettavo di fare la panchina. Mi cercarono Lazio, Milan e Roma. Le grandi squadre si interessavano a me, ma le trattative non si sono mai concretizzate perché il mio procuratore mi diceva che le società avevano paura che poi facessi casino se non giocavo. Io non avrei accettato di fare la panchina nemmeno a Weah al Milan».

Quindi, meglio essere un bomber di provincia?

«È stata una mia scelta. Oggi mi fermano ancora per il gol in rovesciata al Milan e mi ricordano per la notte magica con il Chelsea».

Perché ha esultato facendo il gesto di stare muti ai tifosi inglesi?

«Volevo imitare l’esultanza che Batistuta fece a Barcellona. Dopo me ne pentii perché anche la Fiorentina venne eliminata in semifinale in Coppa delle Coppe. Diciamo che quell’esultanza non mi ha portato fortuna».

Tra il gol in rovesciata contro il Milan e il gol contro il Chelsea quale sceglie?

«Sono due gol che mi porto dietro per bellezza e importanza, ma sono due emozioni diverse. Di gol in rovesciata ne ho fatti anche in categorie inferiori con l’Afragolese e il Sora. Ho sempre avuto questi colpi. È normale che farlo al Milan ha un altro risalto. A Londra il mio gol è servito per sbloccare la partita, peccato non essere andati in finale ma c’è un primato che custodisco gelosamente».

Quale?

«Sono l’ultimo capocannoniere della Coppa delle Coppe: 8 gol in 7 partite».

Oggi non ci sono più i bomber di una volta.

«Ai miei tempi fare 16-17 gol era la normalità. Oggi se un attaccante raggiunge la doppia cifra viene subito esaltato. Non ci sono più i Vieri, Inzaghi, Toni e Immobile di una volta. Mancano anche i bomber di provincia che un tempo erano Hubner, Schwoch e lo stesso Luiso».

Come si spiega il fallimento della Nazionale?

«Se non si investe sui giovani, questi sono i risultati. Bisogna credere di più sui ragazzi. Ci sono tanti attaccanti bravi in serie B, ma non si ha il coraggio di buttarli dentro. Sono convinto che se avessimo giocato con l’under 21 contro la Bosnia, avremmo vinto 3-0».

Quindi, lei terrebbe Silvio Baldini come ct?

«Tutta la vita».

Torniamo alla sua carriera da calciatore. Qual è il difensore più forte che ha incontrato?

«Thuram. Al Parma c’erano lui e Cannavaro. Io guardavo Fabio e scherzavo dicendogli che Lilian non mi faceva toccare palla. Cannavaro se la rideva».

Il giocatore più forte con cui ha giocato?

«Lamberto Zauli».

Ha avuto tanti allenatori: a chi è più legato?

«A Claudio Di Pucchio. Mi ha fatto crescere a Sora. Avevo 19 anni, ero andato via di casa e lui mi ha trattato come un figlio. Il primo anno a Sora feci 5 gol, lui insistette a tenermi e l’anno dopo feci 15 gol. Da lì ho preso il volo».

Con il calcio si è arricchito?

«No, prima non c’erano i soldi che girano adesso. Con i contratti di ora avrei guadagnato tanto. Oggi non mi siederei a trattare con un club per un ingaggio inferiore ai 3-4 milioni all’anno».

Con il primo stipendio importante che cosa ci ha fatto?

«Ho comprato casa ai miei genitori venticinque anni fa».

Pescara, Teramo e Celano da giocatore; Sulmona e Chieti da allenatore. Qual è il suo rapporto con l’Abruzzo?

«È la mia seconda casa. A Pescara il primo anno ci salvammo in B con Rumignani, il secondo sfiorammo la serie A con De Canio. Giocavo con Allegri. De Canio ebbe l’intuizione di fargli fare il centrale di difesa e Max fece un grande campionato».

A Chieti ha allenato per pochi mesi, ma ha lasciato un ottimo ricordo.

«Chieti è una piazza pazzesca con tifosi straordinari che amano follemente la squadra. Sono entrato in corsa e ho fatto un buon campionato, i tifosi mi hanno apprezzato come uomo. Dispiace non aver potuto continuare».

Da allenatore si aspettava una carriera diversa?

«Non ho mai avuto la fortuna di allenare un carro armato. Ho sempre accettato sfide difficili».

E da giocatore ha qualche rimpianto?

«Nessuno. Sono felice di quello che ho fatto. Mi porto dietro l’affetto della gente».

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