Addio a Pasquale Pacilio volto e anima di Rete8

Il popolare direttore dell’emittente Tv si è spento a Pescara all’età di 67 anni Aveva iniziato al Mattino negli anni Settanta. Oggi i funerali a San Cetteo
PESCARA. Si è spento ieri notte dopo lunga malattia il giornalista Pasquale Pacilio, direttore di Rete8. Nato a Gricignano di Aversa (Caserta) nel 1949, Pacilio è stato collaboratore de «Il Mattino», alla fine degli anni '70 si trasferì in Abruzzo dove contribuì alla nascita e diffusione delle prime tv private. È stato direttore di Telemare dove, ricorda il sito di Rete8, «ha dato impulso decisivo alla crescita dell'informazione televisiva consentendo a una delle prime emittenti private pescaresi di diventare azienda leader in regione». «Pacilio era anche uno straordinario anchorman» lo ricordano i colleghi sul sito di Rete8 «conducendo con sapienza e un pizzico d'ironia le sue trasmissioni di politica e costume. Molto legato all'editore Luigi Pierangeli, lo ha seguito fedelmente nell'evoluzione dell'azienda, passando da Telemare a Rete8, dando un contributo fondamentale alla crescita costante fino a raggiungere la leadership incontrastata nel panorama dell'informazione televisiva locale.
La sua ultima apparizione in uno dei suoi format di maggiore successo, lo speciale elezioni del giugno scorso.I funerali si svolgono oggi alle 10:30 nella cattedrale di San Cetteo a Pescara. Alla moglie Giulia, ai figli Massimo, Marco e Silvia, alla redazione di Rete8 le condoglianze dell’Ordine regionale dei giornalisti e della redazione del Centro .
di GIULIANO DI TANNA
Di Pasquale Pacilio mi piaceva, soprattutto, il fatto che sembrava non prendere sul serio nulla. Non che non fosse serio nel suo mestiere. Tutt’altro. E’ solo che non assumeva mai le pose stentoree – oggi assai frequenti – del giornalista di denuncia, del reporter paladino del bene universale. No, il suo registro era, all’opposto, quello di una curiosità divertita per le cose del mondo e della politica specialmente. Non prendeva troppo sul serio se stesso, Pacilio, e non prendeva troppo sul serio nemmeno la classe dirigente abruzzese che per decenni è sfilata nei salotti dei suoi talk show, soprattutto nelle maratone elettorali che erano la sua specialità.
La sua curiosità e un naturale senso di cortesia non affettata lo portavano a dare voce a tutti, senza distinzione di tessere. Lui ascoltava, pungolava con qualche domanda, senza mai abbandonare però il tono di un educato divertimento, e senza mai prendere parte per l’uno o per l’altro. Sfido chiunque a trovare, nelle migliaia di ore di programmi televisivi da lui condotti, un frammento in cui sovrapponesse la sua opinione a quella delle persone che intervistava. Era fedele, in questo, a un’idea umile, non muscolare ma severa della professione: quella del giornalista che fa da tramite fra chi ha qualcosa di interessante da dire e il pubblico che sta seduto in poltrona a guardare e ascoltare. Il suo linguaggio ubbidiva a questo stesso senso della misura: Pacilio parlava con i politici o gli imprenditori nello stesso italiano che usava con i cuochi dei suoi programmi di cucina.
Su facebook ieri girava una sua foto: con un cappello da cowboy in testa, Pacilio soffiava come un jazzista nero dentro una tromba. Ho pensato, guardandola, che quell’immagine descrivesse bene la sua voglia di divertirsi. Mi raccontò una volta che, da giovanotto, aveva iniziato a fare questo mestiere lavorando a una rivista che si chiamava Big. A chi ha meno di 50 anni quel nome non dice nulla, ma per noi ragazzi degli anni Sessanta era una sorta di bibbia della musica beat, alla quale ci abbeveravamo ogni settimana alla ricerca di novità sui Beatles o i Rolling Stones. Ecco, quell’Italia scanzonata e dolcemente irriverente, Pasquale Pacilio non se l’è mai buttata alle spalle, per la fortuna di chi l’ha conosciuto e gli ha voluto bene. Fra i quali gli abruzzesi che, accendendo il televisore, lo accoglievano in casa come uno di famiglia, e che ora ne rimpiangono la delicata e (ormai rara) eleganza.
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