Addio Pucciarelli, un papà del Centro

8 Febbraio 2020

Con Zatterin, 34 anni fa, ha fondato e guidato il quotidiano degli abruzzesi. È rimasto sempre legato alla nostra regione

PESCARA. Chi lo ha conosciuto, trentaquattr’anni fa al Centro, ha imparato da lui la passione per il giornalismo. Carlo Pucciarelli è morto giovedì mattina nella clinica di San Rossore a Pisa. Avrebbe compiuto novant’anni il 10 aprile. La sua carriera è cominciata all’epoca del piombo e si è chiusa da direttore innovatore, perché girava nelle redazioni a spiegare riforme grafiche e programmi che permettevano di confezionare le pagine. Era un cronista di quelli che, come si diceva prima dell’avvento dei social, hanno il fiuto per le notizie. Ma era anche un grande conoscitore della macchina, perché è stato uno degli inventori del primo sistema editoriale che ha permesso al Centro e a tanti altri giornali di arrivare in edicola per trent’anni e più.
Pucciarelli è stato caporedattore a Paese Sera, negli anni di piombo, delle Brigate Rosse e del sequestro Moro, e poi al Tirreno di Livorno. Nel 1986, per la precisione il 3 luglio, come condirettore di Ugo Zatterin, ha fondato il Centro, il quotidiano dell’Abruzzo.
Insieme facevano una coppia eccezionale. Una mente raffinata accanto a un cronista che non riusciva a sentire la fatica di una professione che, allora, ti obbligava a rimanere in redazione anche fino alle 3 di notte. A volte le 4. Se ti chiedeva l’impossibile, dovevi farlo. E ti “cazziava” se facevi una stupidaggine, ma di fronte agli altri ti difendeva sempre.
È stato uno dei padri del Centro. Rivederlo insieme a Zatterin, ora che non ci sono più, l’uno accanto all’altro, in una fotografia in bianco e nero che spicca in redazione, fa capire il valore che Pucciarelli, un maestro del giornalismo, ha avuto per l’Abruzzo.
La foto li ritrae mentre decidono la prima pagina, “Dopo Craxi arriva Craxi”, di una lunga storia che dura da 34 anni. È la storia di un quotidiano che da quel 3 luglio, ogni giorno, ha raccontato la nostra regione, i volti, i personaggi, gli eventi belli oppure tragici, permettendo a generazioni di abruzzesi di capire, conoscere e farsi un’opinione.
Se tutto questo è stato possibile è merito anche e soprattutto di Carlo Pucciarelli, il direttore appassionato di giornalismo, delle notti in redazione e dei giovani con il fiuto per la notizia. Anche lui era un ragazzino quando Mario Lenzi, il partigiano che aveva guidato il corteo per la liberazione di Livorno e che successivamente avrebbe fondato con Carlo Caracciolo la catena dei quotidiani locali del Gruppo L’Espresso, lo fece entrare per la prima volta in una redazione, quella del Tirreno. E sempre Lenzi lo chiamò poi a Paese Sera, il giornale che ha creato uno spartiacque tra un prima e un dopo. Un prima di veline e spesso piaggeria, un dopo di giornalismo d’assalto e senza compromessi. Con questo bagaglio d’esperienza, quel 3 luglio, Pucciarelli diede il la al Centro. Passò poi ai Quotidiani Veneti, Il Mattino di Padova, la Nuova Venezia e La Tribuna di Treviso, per poi dirigere la Provincia Pavese, prima di tornare, per la seconda volta, in Abruzzo e al Centro con cui è rimasto legato a doppio filo.
Ricordava con orgoglio questa regione e i suoi ragazzi della redazione, che ora sono sessantenni. Quelli che rimproverava, con il suo modo di parlare da toscanaccio burbero, per un errore di troppo. Magari solo per un refuso che ora ti viene voglia di fare apposta nell’articolo che racconta la sua morte. E speri che il direttore ti chiami ancora per farti uno dei suoi “cazziatoni”. Di quelli che fanno crescere.
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