Angela Verdecchia: «Siamo la generazione che vuole fare la differenza, il nostro voto lo dimostra»

L’intervista alla 20enne, coordinatrice della Rete degli studenti medi che ha dato un volto ai tanti giovani andati alle urne per il referendum
PESCARA. Angela Verdecchia, 20 anni. È la giovanissima coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi, il sindacato studentesco di sinistra. Nelle ultime due settimane ha fatto parlare molto di sé. Dal palco dell’evento conclusivo dei comitati per il No al referendum, ha dato voce a quella “Gen Z” che si è mobilitata in massa per votare e che, alla fine, si è rivelata decisiva. Meno di una settimana dopo è tornata nella Capitale per il corteo pacifista “No kings”, «contro tutti i re del mondo e le loro guerre», che ha radunato nelle strade centinaia di migliaia di ragazzi da tutta Italia. Poi il passaggio in televisione, con l’intervista rilasciata a Massimo Gramellini nel suo programma In altre parole, in onda su La7. Così la Gen Z, dopo una voce, ha trovato anche un volto che la rappresenti. Nonostante la giovane età, Verdecchia ha già le idee molto chiare sul mondo che la circonda. Il suo percorso inizia in un piccolo paese, a pochi chilometri dal nostro Abruzzo. Dove la porterà, lo sa soltanto lei: il futuro è nelle sue mani.
Nessuno vi ha visto arrivare. Nemmeno i vostri.
«Ora gli adulti ringraziano, ma non ci avevano capito. Ci pensavano disinteressati, soggiogati dai social...».
E invece voi non siete gli “sdraiati” di cui ha scritto Michele Serra.
«Lo abbiamo dimostrato: appena c’è stata l’occasione, non abbiamo esitato a far sentire la nostra voce».
Verdecchia, più ansia a parlare davanti alle telecamere o di fronte a migliaia di persone a piazza del Popolo?
«Sicuramente davanti alle telecamere!».
Molti direbbero il contrario.
«A piazza del Popolo ero insieme ai nostri altri compagni. In studio, invece, insieme a un giornalista come Gramellini... Pensavo a tutte le persone che mi stavano guardando».
A posteriori, com’è stata l’esperienza?
«Una bellissima opportunità».
Sul piano personale?
«No. Per la nostra generazione: non ci era mai stato concesso uno spazio del genere».
Lei di dove è originaria?
«Ripatransone, paesino di 4mila abitanti in provincia di Ascoli Piceno».
Studi?
«Liceo classico a San Benedetto del Tronto. Ora l’università, a Padova».
Cosa studia?
«Scienze politiche e relazioni internazionali».
E i suoi genitori?
«Mamma lavora in farmacia, papà in banca».
A casa non si parlava di politica?
«Soprattutto con nonno, che è stato sindaco di Ripatransone. È stato lui a trasmettermi la passione per la politica».
Comunista?
«No, macché. Era democristiano. Ma della corrente di sinistra, sia chiaro! (sorride, ndr)».
La prima manifestazione?
«14 anni, appena entrata al liceo. Erano gli anni dei Fridays for Future».
Il movimento giovanile a difesa dell’ambiente.
«Decidemmo di non andare a scuola per ripulire la spiaggia e il molo di San Benedetto da tutta l’immondizia che c’era».
La vita in provincia?
«Padova mi ha permesso di fare grandi passi avanti nel mio percorso politico. Il contesto delle Marche, e specialmente della mia zona, è molto chiuso. Per certi versi, anche anacronistico».
Non deve essere stato facile farsi strada come donna.
«Fare politica oggi è già di per sé molto complesso, perché siamo una generazione sottoposta a tantissimi stimoli diversi. Se si aggiunge il fatto che, in quanto donna, non sei presa in considerazione o che per lo meno vieni sempre messa a paragone con gli uomini... Ecco, non è stato facile».
Però è molto giovane, e si sta già prendendo qualche soddisfazione.
«Fare politica studentesca è la cosa più bella che c’è. E poi in questo percorso ho trovato una bellissima famiglia».
Ha dato un volto alla generazione che più si è mobilitata per il referendum e che nessuno ha visto arrivare. Perché?
«Dagli over 35 in poi, quasi nessuno ha capito le nostre ragioni. Ne ho sentite di ogni genere».
Per esempio?
«Beh, dire che ci siamo mobilitati a causa dei social... Nulla di così artificioso».
La vera ragione?
«Sono due. La prima è stata la risposta, molto umana, a un governo che voleva cambiare sette articoli della Costituzione senza alcun passaggio parlamentare. Non ci siamo fidati».
Perché vi sentite così legate a una Carta scritta quasi ottant’anni fa?
«Perché siamo una generazione che ha una memoria storica».
Impossibile che sia stato solo questo a mobilitarvi.
«Abbiamo memoria storica e siamo una generazione precaria, che vive nell’instabilità. Famiglia, lavoro e futuro: è tutto molto incerto».
In un certo senso, si può dire che il vostro sia stato un voto conservatore?
«La Costituzione è sempre stata la nostra difesa, la difesa dei diritti dei cittadini. Quando, in un momento del genere, ci hanno chiesto se cambiarla o meno, ci siamo mobilitati per difenderla».
Come descriverebbe la sua generazione?
«Una generazione di ragazze e ragazzi che prova a riprendersi lo spazio che le è stato sottratto, perché non rimane indifferente a quello che succede e vuole intervenire per far sentire la propria voce».
Un’immagine opposta a quella dominante sul vostro conto.
«Ci etichettano in mille modi diversi e difficilmente si parla di noi in positivo. Ma la verità è che abbiamo la fortuna di avere una grande empatia e accesso a strumenti che le generazioni prima di noi non avevano».
Per esempio?
«Penso al benessere psicologico, all’attenzione all’altro. Sono elementi che per tanto tempo non sono stati considerati, creando grande solitudine e individualismo nelle persone».
Voi, invece, vi esprimete in termini di collettività.
«Stiamo colmando il gap generazionale, anche scontrandoci con chi non la pensa come noi. Il voto mostra esattamente questo».
Parla come una leader: tra qualche anno la vedremo in politica?
«Non so cosa mi riserva il futuro. Per ora, penso a fare quello che devo fare».
Chi apprezza di più tra i leader del Campo largo?
«(Sorride, ndr) Non vorrei espormi, la nostra è un’organizzazione fortemente a sinistra, ma apartitica. Le posso dire che sono molto indecisa».
Riempite le piazze, vi mobilitate per il referendum. Quando però ci sono le elezioni politiche, è diverso. Perché i partiti non riescono a intercettarvi?
«Voglio essere franca: il problema della sinistra è che rincorre troppo la leadership senza concentrarsi sugli aspetti programmatici. Non si dà abbastanza spazio a temi, valori, ideali che in molti cercano ma che spesso non trovano».
La sinistra deve tornare a fare la sinistra, in pratica.
«Penso che ci siano tantissime persone smarrite alla ricerca di quegli ideali. Non metto in dubbio i programmi dei singoli partiti – che sono validi – ma la sinistra dovrebbe migliorare la propria narrazione. Dobbiamo essere noi a cercare le persone, non il contrario».
Cosa è che non vi convince della narrazione attuale della sinistra?
«È troppo frammentata, non tiene conto dei programmi ma si sofferma sui volti del momento. Credo, invece, che la sinistra debba battersi di più per quei punti programmatici, come la giustizia sociale, che interessano a chi intende rappresentare».
Si vede che sta studiando scienze politiche. Quali esami le sono piaciuti di più fino a ora?
«Diritto pubblico e filosofia politica. Sono materie che sento molto vicine».
Al di là della politica, cosa le piacerebbe diventare da grande?
«Mi piacerebbe insegnare al liceo».
Quali materie?
«Storia e filosofia. Ovvio!».
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