Aumento Iva, una tegola sui consumi

Per evitare lo scatto il governo dovrà reperire oltre 12 miliardi di euro per il 2019 e quasi 20 miliardi per il 2020
Il tema delle clausole di salvaguardia, al centro dell’attenzione della stampa e dei politici per tutto il 2018, torna di nuovo in scena, in quanto ad esse sono legati gli aumenti delle aliquote IVA previste dal 2019 fino al prossimo 2021.
Le clausole di salvaguardia rappresentano, ancor prima delle misure relative a fisco e lavoro, uno dei punti centrali della Legge di Bilancio annuale. Il loro debutto in Italia risale al 2011, quando l’allora Governo Berlusconi, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici, al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse un patto con l’Unione Europea.
In virtù del medesimo, il Governo si sarebbe impegnato a reperire, entro il 30 settembre 2012, ben 20 miliardi di euro, a pena di incorrere - in caso contrario - nell’obbligo di tagliare spesa pubblica ed agevolazioni fiscali, nonché nell’aumento delle aliquote IVA e delle accise. Da allora, la tattica di utilizzare le clausole di salvaguardia si è trasmessa di governo in governo, dando la possibilità ad ogni inquilino di Palazzo Chigi di guadagnare tempo, impegnandosi ad alzare automaticamente le imposte indirette, nel caso non si fosse riusciti a reperire l’ammontare desiderato delle risorse richieste dall’Unione Europea per abbattere il disavanzo fiscale.
In pratica, le clausole di salvaguardia rappresentano una sorta di patto con l’Unione Europea in virtù del quale l’Italia garantisce il rispetto dei vincoli di bilancio comunitari e degli obiettivi di riduzione del debito. Qualora gli obiettivi stabiliti dalla manovra finanziaria annuale non venissero raggiunti, e nel momento in cui le entrate effettive dello Stato non rispettassero quanto indicato con la manovra di Bilancio all’Unione Europea, le clausole di salvaguardia verrebbero attivate in via immediata.
EFFETTI INDESIDERATI. Gli effetti consisterebbero, pertanto, nell’aumento delle aliquote IVA e delle accise (a tutto discapito delle tasche dei contribuenti e dei consumi, che rischierebbero di crollare repentinamente a causa dei rincari che ne deriverebbero).
Orbene, per evitare lo “scatto” delle clausole e, di conseguenza, gli aumenti delle aliquote IVA, tutte le leggi di Bilancio che si sono succedute dal 2011 ad oggi, sono diventate una vera e propria “corsa” alla loro sterilizzazione.
L’ultimo atto è rappresentato in tal senso dalla nuova Legge di Bilancio 2018, con la quale il Governo, per l’ennesima volta, ha sterilizzato le clausole di salvaguardia IVA, rinviando gli aumenti inizialmente programmati dal 2018 al prossimo gennaio 2019. In base a quanto previsto dalla Manovra 2018, l’aumento delle aliquote IVA a partire dal 1° gennaio 2019 dovrebbe pertanto risultare il seguente: l’aliquota IVA agevolata del 10% salirebbe rispettivamente all’11,5% a partire dal 2019 ed al 13% a partire dal 2020; l’aliquota IVA ordinaria del 22%, invece, passerebbe al 24,2% a partire dal 1° gennaio 2019, al 24,9% a partire dal 1° gennaio 2020 ed al 25% a partire dal 1° gennaio 2021. Anche questa volta il Governo, al fine di scongiurare l’effettiva applicazione tali aumenti, dovrà tentare di sterilizzare le clausole di salvaguardia di cui si ragiona.
La sfida è piuttosto ardua se si considera che, secondo le stime raccolte dagli economisti, per raggiungere l’obiettivo sarà necessario reperire oltre 12 miliardi di euro per il 2019 e quasi 20 miliardi per il 2020. Dette risorse, infatti, andrebbero ad aggiungersi ai 22 miliardi già impegnati solo nell’ultima manovra per sterilizzare completamente la clausola per il 2018 e, parzialmente, per il 2019, che sono stati coperti per la metà con aumenti di entrate e tagli di spesa e, per l’altra metà, con indebitamento aggiuntivo.
Tuttavia, stando a quanto dichiarato dalle forze politiche maggioritarie (le quali, dopo le elezioni dello scorso 4 marzo, stanno faticosamente cercando la strada per giungere alla formazione di un nuovo Governo), parrebbe che (almeno per il momento) la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia fiscali anche nel 2019 rimanga un obiettivo chiaro e sostanzialmente condiviso.
STRATEGIA COMUNE. Il problema resta, in ogni modo, quello di individuare concretamente una strategia comune per reperire i 12,4 miliardi di euro al fine di bloccare gli aumenti previsti. Una strada percorribile potrebbe essere quella della leva del deficit, accompagnata da programmi di spending review e razionalizzazione degli sconti fiscali (tax expenditures), anche se, al momento, non c’è ancora nulla di definito in termini di precisa individuazione delle misure adottabili all’uopo. In ogni caso, quale che sarà il nuovo Governo, di sicuro dovrà a fare i conti con la problematica della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, una sorta di “spada di Damocle”. Ove così non fosse, l’orizzonte potrebbe purtroppo tendere verso il cupo.
A ben vedere, infatti, l’aumento delle aliquote IVA non solo costerebbe caro alle tasche degli italiani, ma, al contempo, rischierebbe di aggravare la già precaria situazione economica attuale, incidendo negativamente sulla crescita del PIL e dei consumi.
Dunque, non ci resta che attendere quantomeno la presentazione del prossimo DEF, che potrebbe fondatamente rappresentare, nel medio termine, il primo passo nella lotta alla sterilizzazione delle (temute, e a ragion veduta) clausole di salvaguardia delle quali si è scritto.
* Avvocato tributarista, titolare dello Studio Legale Tributario Torcello in Montesilvano.

