Baraldi: ho massacrato le cliniche un favore spaventoso al Molise

22 Maggio 2016

PESCARA. «Ho fatto un favore spaventoso al Molise e ho fatto un favore al Lazio perché li ho massacrati». È un giorno di 6 anni fa e Giovanna Baraldi, all’epoca subcommissario alla Sanità in Abruzzo,...

PESCARA. «Ho fatto un favore spaventoso al Molise e ho fatto un favore al Lazio perché li ho massacrati». È un giorno di 6 anni fa e Giovanna Baraldi, all’epoca subcommissario alla Sanità in Abruzzo, parla al telefono con Isabella Mastrobuono, l’allora commissaria alla Sanità del Molise (non indagata). I «massacrati» sono i titolari delle cliniche private abruzzesi che, nel 2010, hanno subito tagli per più di 20 milioni di euro per coprire i debiti della sanità. Esulta la Baraldi o se ne rammarica? È il 21 aprile 2010 ed è appena passato il piano dell’allora presidente della Regione Gianni Chiodi (Forza Italia) per imporre limiti di spesa alle case di cura secondo il piano di rientro dettato dal governo: i titolari delle cliniche, dopo un muro contro muro durato mesi, hanno ceduto e firmato i contratti tagliati. Ma dietro quel taglio c’è un retroscena raccontato dalle telefonate intercettate tra pressioni politiche fino in Parlamento, dati sui ricoveri tenuti nascosti e verbali spariti, strategie e «prese per il culo»: «Non è una questione di soldi, ma una guerra di potere», avverte Baraldi in un’altra intercettazione dell’indagine dei carabinieri di Pescara sui tetti di spesa delle case di cura per il 2010. Sei anni dopo, gli imputati sono Chiodi e Baraldi, l’ex assessore regionale Lanfranco Venturoni e due tecnici dell’Agenzia nazionale per i servizi regionali, accusati a vari o titolo di falso, violenza privata e abuso d’ufficio.

Le intercettazioni ripercorrono i giorni precedenti la firma dei contratti e, per carabinieri e procura, delineano un quadro in cui l’Abruzzo sembra quasi il portafogli delle Regioni vicine pronte ad accogliere i malati abruzzesi in fuga dai nostri ospedali e a mettere le mani sui rimborsi della mobilità passiva. Al termine di uno scontro senza precedenti, i privati hanno accettato i tagli ma con la promessa di recuperare entrate con i pazienti non abruzzesi: «Un impegno politico», lo chiama Chiodi poco prima della firma in una telefonata con l’imprenditore Luigi Pierangeli, lo stesso Pierangeli autore della denuncia che fa scattare l’indagine. Ma gli accordi di confine per tenere sotto controllo l’esodo di circa 40 mila pazienti abruzzesi all’anno e l’arrivo di pazienti marchigiani, laziali e molisani restano un annuncio. Alle Marche un patto così non conviene e, proprio a un dirigente delle Marche, Baraldi dice: «Il mio presidente è preoccupato perché non... i tetti su questi accordi, eh, naturalmente anche con il Molise e il Lazio, ma il segnale se non lo diamo è che abbiamo preso per il culo tutti». Ma il dirigente dice no.

Baraldi ne discute anche con l’allora commissaria del Molise, un’altra Regione che guadagna con i malati abruzzesi soprattutto per la diagnostica: «Il presidente mio ha incontrato Iorio e Iorio gli ha manifestato molti dubbi sul discorso degli accordi... e io sono molto preoccupata perché ne va della reputazione nostra perché se naturalmente il rischio di non avere firmato prima gli accordi e aver fatto dopo i tetti è quello che i privati ci possono sparare addosso».

In un altro colloquio si parla di «prendere per il culo» i titolari delle cliniche, cioè fargli firmare i contratti tagliati con la promessa di un recupero delle somme che però, dicono i carabinieri in un’informativa alla procura, «è impossibile». «Abbiamo già concesso tutto, vogliamo prenderli per il culo... non vogliamo modificare niente e siccome loro, comunque loro sono già cotti», racconta Baraldi a un’avvocatessa di Bologna, Maria Rosaria Russo Valentini, consulente della Regione per il rientro dei debiti sanitari (non indagata). E l’avvocatessa propone: «Se noi dicessimo che gli paghiamo il 20% e il resto se lo fanno pagare dalle Regioni?». Baraldi: «Ma no, le altre Regioni non vogliono più pagare». E l’avvocatessa: «Vabbè era per prenderli per il culo... hai detto che li dovevamo prendere per il culo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA