C’erano una volta 147 biblioteche
In 5 anni sono rimaste solo 67. E nella maggior parte dei casi sono gestite da volontari
PESCARA. Nel 2010 c’erano in Abruzzo 147 biblioteche pubbliche. Oggi sono solo 67. E’ la pagina triste che emerge dall'ultima indagine statistica sulle biblioteche in Italia (Cepel - Aib 2015) e che mette il dito nel particolare momento di crisi delle biblioteche abruzzesi. Una perdita secca del 55 per cento e che spinge la nostra regione in basso.
A ricordare i dati è stato Tito Viola, presidente dell’Aib Abruzzo, in occasione del Premio Silone a Pescina. E da un’indagine specifica tra le 67 biblioteche oggi aperte – che, oltre le quattro biblioteche provinciali, sono prevalentemente comunali o appartenenti alle agenzie di promozione culturale della Regione Abruzzo – si evincono ulteriori dati preoccupanti.
Solo il 40% delle strutture è risultata gestita da bibliotecari, mentre le altre, specialmente le più piccole o territorialmente marginali, è emerso che vengono aperte con il volontariato o con personale di ricaduta da altre funzioni: ovvero il 60% delle strutture è gestita da personale non qualificato. Sempre dall’indagine, è emerso che all'interno delle biblioteche circa il 30% del personale è precario. «Questo significa anche che le biblioteche fino al 2010 erano prevalentemente esternalizzate e che la successiva riduzione dei fondi ha costretto gli Enti locali a chiudere definitivamente le biblioteche», commenta Viola. Infine, l'orario di apertura: quello medio è di 29 ore settimanali, con un trend sempre maggiore da "aperture su richiesta" fino a 50 ore settimanali.
Enrica Manenti, presidente Aib Nazionale ha sottolineato comein questi ultimi 5 anni si sia evidenziata una progressiva mancanza di pianificazione ed indirizzo regionale, lasciando i servizi bibliotecari senza alcuna forma di coordinamento e di finanziamento (dal 2006 la vigente legge regionale sulle biblioteche non viene finanziata nei bilanci). «Questo dato è aggravato dalla situazione precaria delle quattro biblioteche delle Provincie», ha aggiunto, «che ancora non hanno prospettiva istituzionale certa, e dal destino professionale altrettanto precario dei bibliotecari coinvolti».

