«Camere di commercio la fusione è una priorità»

2 Settembre 2015

Il presidente dell’ente camerale di Chieti: dobbiamo stare con Pescara per risanare i conti e per dare più forza ai nostri investimenti sul territorio

CHIETI. «Dobbiamo evitare che le camere di commercio diventino come le Comunità montane». Il presidente della Camera di Commercio di Chieti Roberto Di Vincenzo non poteva trovare immagine più efficace per indicare la necessità di fusione tra gli enti camerali di Chieti e Pescara: imposta dalla legge, resa urgente dai conti e dunque dalla necessità di mantenere e implementare le proprie funzioni. Eppure sulla fusione ci sono ancora dubbi e mal di pancia.

Presidente Di Vincenzo perché bisogna arrivare al più presto alla fusione dei due enti?

«Quando abbiamo inserito nel programma il tema della fusione come prioritario abbiamo guardato anche ai numeri. Ebbene, la Camera di Commercio di Chieti, per effetto della diminuzione di entrate del 35% dovuta alla riduzione dei diritti camerali stabilita dalla Riforma della Pubblica Amministrazione, perde circa 3.500 euro al giorno e parallelamente ha ridotto enormemente la propria capacità di intervento sul territorio. Gli investimenti si sono perciò ridotti in maniera drammatica. Sono passati da 2.300.000 a 1.400.000 di cui la maggior parte vincolati in spese predeterminate e nonostante questo, il bilancio previsionale prevede una perdita di circa 1.300.000. Si tenga conto inoltre che nel 2016 la Legge prevede un'ulteriore taglio di 1.200.000 euro circa. Contemporaneamente le spese di funzionamento sono le stesse. Dunque la fusione è necessaria anche per evitare che le Camere di Commercio diventino Comunità Montane, la cui unica capacità era diventata quella di pagare gli stipendi e di tenere aperte le sedi. Chi non capisce questo vive fuori dal mondo, con la testa rivolta indietro. Le Camere di Commercio come erano un tempo, non possono esistere più».

Da dove arrivano le resistenze?

«Da persone che hanno timore della fusione per ragioni legittime, legate alla conflittualità tra Chieti e Pescara. Oppure da persone che hanno interessi soggettivi e che puntano far durare il più a lungo possibile il processo di fusione che, insisto, è indispensabile».

Ma non ci sono solo per motivi economici.

«Oggi ci dobbiamo concentrare su due aspetti: la fusione e gli interventi da fare sul territorio, interventi di tipo strategico che possano portare nuova economia, rinvigorire il tessuto imprenditoriale e portare nuovi soldi alla Camera di Commercio, che non può essere solo erogatore di fondi, ma anche attore dello sviluppo. Non dobbiamo dimenticare che la camera di Commercio di Chieti rappresenta circa 45 mila imprese con 120 mila dipendenti, famiglie di circa 300mila cittadini. Questa è la responsabilità che mi sento addosso, per questo bisogna cambiare passo, non abbiamo più tempo per tergiversare».

La Camera di Commercio di Pescara ha la stessa determinazione?

«Assolutamente sì. Sono le stesse associazioni che rappresentano gli interessi imprenditoriali nei territori a spingerci in questa direzione. Dobbiamo essere soggetti innovatori nei metodi e nei contenuti. Avere la capacità di realizzare progetti. Diciamo che gli imprenditori sono la parte più veloce del paese, dobbiamo anche dimostrarlo, altrimenti come possiamo pretendere dalla politica la stessa velocità?»

Tra i temi portati avanti da chi critica la fusione c'è quello dei bilanci e in particolare delle difficoltà di Pescara. È un tema reale?

«I bilanci sono stati certificati dai collegi sindacali il cui presidente è un dirigente del Ministero delle Finanze. In ogni caso non può essere questo a bloccare la fusione. La Camera di Commercio di Chieti continuerà a perdere circa 4 mila euro al giorno quest'anno e 7.000 il prossimo e se si continua in questo modo tra circa quattro anni non avremo più nessun patrimonio liquido. Il problema, dunque, non è Pescara».

Parliamo di progetti, su quali vi state concentrando?

«Il 10 settembre avremo una prima riunione per lanciare un progetto strategico per la Costa teatina. Il turismo può svilupparsi se ha capacità strategica, se si riesce a programmare da qui a due anni. Dobbiamo fare in modo che gli operatori turistici si organizzino, che abbiano una capacità omogenea di vendere i prodotti, che strutturino i pacchetti turistici, che entrino nella comunicazione nazionale e internazionale. Se ci riusciamo vuol dire che abbiamo agito da Regione 2.0, che sa come si sta sul mercato e si evitano le improvvisazioni. Conosco e amo il nostro territorio e so che, purtroppo, riesce ad esprimere il 10% del suo potenziale. Eppure c'è in giro una straordinaria maturità nei singoli soggetti, che non si esprime per la difficoltà di cooperare. Un altro progetto riguarda la città di Chieti…».

Ce lo spieghi

«Vorremmo contribuire a dare a Chieti il ruolo che merita nell'Area Metropolitana. Chieti è un luogo estremamente interessante che va valorizzato per le sue caratteristiche di città residenziale di qualità, di città studentesca e culturale. Deve però offrire più servizi. Dobbiamo mettere insieme tutti i soggetti, dall'università al Comune, dal vescovado alla prefettura, contribuendo anche economicamente. L'obiettivo è dare un senso compiuto alla capacità reale di Chieti di essere il centro residenziale e culturale di questa area. Ovviamente c'è anche il tema dell'automotive che deve rimanere un soggetto di riferimento per tutta la regione. Quello che voglio sottolineare è che la Camera di Commercio deve essere un soggetto innovatore capace di cogliere l'energia possente che c'è nel territorio».

Un'energia che spesso viene negata o sottovalutata.

«Non c'è nessun vento che possa condurre in porto se la barca non ha direzione. Se non sai dove andare, se non hai obiettivi chiari, ambizione e visione, l'energia si disperde».

C'è un progetto regionale che interessa le quattro camere di commercio?

«C'è l'Unioncamere Abruzzo e i due "bracci armati" che sono il Centro interno delle Camere di Commercio e il Centro estero più il Cresa. Anche qui arriveremo a una fusione tra Centro interno e Centro estero per dare nuovi ruoli e nuove funzioni a queste strutture. Abbiamo bisogno di un unico strumento di promozione del territorio, sia in Italia sia nel mondo. Sapendo che anche quando avremo messo insieme due centri regionali, saremo ancora piccoli».

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