Candidature blindate per i tre grandi elettori

21 Gennaio 2015

Il Consiglio sceglie D’Alfonso, Di Pangrazio e Gatti, 4 schede con voto disgiunto E il governatore dà la rosa per il Quirinale: Cassese, Mattarella, Fassino, Veltroni

L’AQUILA. Alla fine il passaggio di voti c’è stato. Ma tra centrosinistra e centrodestra. Candidature blindate quelle per i grandi elettori che dal 29 gennaio rappresenteranno il Consiglio regionale a Montecitorio per l’elezione del presidente della Repubblica.

Dall’urna dell’Emiciclo sono risultati eletti il presidente della giunta Luciano D’Alfonso e il presidente del Consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio per la maggioranza, ciascuno con 18 voti; il vicepresidente del Consiglio regionale Paolo Gatti per la minoranza di centrodestra con 9 voti.

La candidata del Movimento 5 Stelle Sara Marcozzi si è fermata a 5 voti (era assente per malattia il sesto grillino Pettinari). Un voto lo ha avuto l’altro grillino Leandro Bracco, 1 voto il consigliere di Forza Italia Gianni Chiodi.

I consiglieri avevano a disposizione una scheda con la possibilità di indicare due nomi. Sedici consiglieri di maggioranza hanno votato la doppietta D’Alfonso-Di Pangrazio, due hanno scelto il voto disgiunto votando Di Pangrazio o D’Alfonso con Gatti. Nel centrodestra 4 voti secchi per Gatti,1 per il ticket Gatti-Chiodi, gli altri due disgiunti: Gatti-D’Alfonso e Gatti-Di Pangrazio.

Uno scambio di cortesie (al di là dell’appello di D’Alfonso alla maggioranza a votare in maniera compatta) dopo una vigilia incerta, con il tentativo del governatore di sparigliare il campo dei candidati inserendo due nomi di bandiera: lo storico aquilano Raffaele Colapietra e il pittore di Cappelle Ettore Spalletti. Un’idea caduta dopo poche ore.

Ironica la reazione al voto della consigliera pentastellata Marcozzi: «Siamo venuti a fare folklore, sapevamo qual era il risultato già in partenza: segnaliamo però come al solito l'aiutino da parte della maggioranza al candidato del centrodestra di opposizione, Gatti, che disponeva di soli sette voti della sua coalizione e che ha avuto invece due “aiuti” da parte della maggioranza. Il solito aiutino, come con la Juventus e gli arbitri». I 5 Stelle con il capogruppo Riccardo Mercante avevano chiesto che il grande elettore di minoranza andasse al partito più rappresentativo dell’opposizione. Ma l’appello finale di Mercante a mandare a Roma un consigliere dei 5 Stelle per far votare «una figura autorevole, autonoma, libera, lontana dal Patto del Nazareno tra abusivi e condannati», ha scoraggiato qualsiasi tentativo di convergenza (se mai ci fosse stata) da parte del centrosinistra. E ha dato a D’Alfonso l’occasione per improvvisare una breve lezione sulla liberaldemocrazia, sul filosofo Guido Calogero e sul concetto di democrazia delegata, smontando l’accusa pentastellata che Renzi sia un abusivo del potere perché non eletto («ma tutte le volte che si è presentato ha sempre vinto mettendoci la faccia», ha precisato D’Alfonso). «Ho accettato questo ruolo», ha poi spiegato il governatore, «perché voglio mantenere in vita la serenità del governo Renzi e allungare la vita all’esperienza istituzionale di conduzione del Quirinale di Giorgio Napolitano». Dentro questa cornice di motivazioni D’Alfonso ha anche dato la sua rosa di candidati: Sabino Cassese, Sergio Mattarella, Piero Fassino, Walter Veltroni.

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