«Cardiochirurgia Chieti è un’eccellenza altro che chiusura»

Il direttore Di Giammarco risponde alle polemiche: «Gli standard sono alti e in alcune tecniche siamo leader»
PESCARA. La Cardiochirurgia di Chieti diretta dal professor Gabriele Di Giammarco attraversa un periodo a dir poco turbolento. Da un lato c’è un ridimensionamento subìto che dovrebbe però concludersi a breve, dall’altro polemiche esterne e malumori interni sfociati in una dura presa di posizione di Sergio Zinni (Fp-Cgil), che ha paventato il «collasso» e la conseguente chiusura del reparto per problemi organizzativi.
Professor Di Giammarco, la cardiochirurgia di Chieti è a rischio?
«Il reparto non è a rischio. L'attività è stata ridimensionata per motivazioni organizzative dalla metà del 2014, ma produce lo stesso numero di interventi dell’anno scorso. Oggi siamo legati a condizioni che sono in via di risoluzione e saranno risolte completamente nel momento in cui saremo trasferiti nella nuova palazzina del Dipartimento cuore».
Quando avverrà?
«Corre voce, perché non ho nulla di scritto, che il trasferimento si completerà il 20 aprile. Una volta lì, disporremo di due sale operatorie e di una terapia intensiva con 12 posti letto, anche se per motivi relativi alla disponibilità di personale saranno attivati la metà dei posti. Ma questo ci consentirà di ritornare, insieme al ripristino della dotazione organica dopo l'esito del concorso, allo standard di interventi consueto, cioè di almeno 2 al giorno più le emergenze».
Di quanti posti letto dispone?
«Ventiquattro in cardiochirurgia e quattro posti letto in terapia intensiva. Il fatto è che quattro posti in terapia intensiva sono un’offerta disumana, perché prima o poi, se si inanellano quattro pazienti critici, ci si ferma. Se passeremo nella palazzina e avremo i 12 posti letto potremo ricostruire la fluidità dell’attività».
Questo per quanto riguarda il numero degli interventi. E per i risultati?
«Non è quello il problema. La nostra attività rimane ben all’interno dell’ambito dell’eccellenza. La nostra mortalità a 30 giorni per il bypass coronarico isolato e per la chirurgia coronarica isolata è meno della metà della soglia considerata dall’Agenas del 4%. Abbiamo risultati che fanno invidia a molti centri e che sono basati anche su una tecnica per cui siamo leader nel mondo».
Di cosa si tratta?
«È una tecnica di controllo del funzionamento del bypass e della valutazione della morfologia della connessione direttamente in sala operatoria. Le coronarie sono molto piccole e non è infrequente l’errore nell’operazione di cucire l’arteria o la vena sulla parete coronarica per saltar l’ostruzione. Per evitare errori già dal 1996 mi sono interessato alla valutazione dei flussi dei bypass pubblicando lavori di rilevanza internazionale, poi dal 2009 abbiamo introdotto anche la valutazione ecografica della morfologia e lì abbiamo fatto bingo. La possibilità di svelare l’errore è immediata».
Dunque se c’è l’errore intervenite subito.
«Il bypass viene riconfezionato al momento. Questa tecnologia ci dà la possibilità di tirare i pazienti fuori dalla sala operatoria con la certezza che il bypass funziona. Sono azzerati gli infarti perioperatori, è garantita l'emodinamica, il paziente è stabilizzato ed è ridotta la durata della degenza».
Sulla durata della degenza avete ricevuto qualche rimprovero...
«Viene rimproverata a Cardiochirurgia di Chieti una inaccettabile durata della degenza media preoperatoria. Invito però gli amministratori a verificare l’attività dell’ultimo mese e mezzo. Ma certo esiste un problema, semplicemente perché cardiochirurgia non è l’unico elemento della filiera che porta un paziente in sala operatoria. l paziente deve essere adeguatamente studiato per accertare il rischio operatorio. Ma se devo aspettare 15 giorni per una gastroscopia, o 4 giorni per avere una ecocardiografia...».
Torniamo alle vostra attività.
«Per esempio ci occupiamo da sempre di chirurgia dello scompenso cardiaco. Abbiamo 6 pazienti a casa portatori di sistemi di assistenza meccanica alla funzione del cuore, pazienti che non potevano fare il trapianto e che oggi sono a casa e vivono una vita normale».
Come funziona questo meccanismo?
«È un apparecchio intracorporeo che ha un cavo di alimentazione che viene fatto passare all'interno dell'organismo e superficializzato dietro l’orecchio sinistro, dove viene avvitato un “pedestal” su cui si innesta il connettore che porta a una batteria al litio che dura 12 ore».
L’apparecchio dà piena autonomia al paziente?
«Ci si può anche fare la doccia, tenendo naturalmente fuori la batteria. Ho un paziente che fa il bagno in mare, ma qui bisogna stare attenti all’acqua salata».
Nel vostro caso lavoro clinico e ricerca vanno di pari passo...
«La ricerca ispira l'azione dell'assistenza. Dove c'è l’università si è 20 anni avanti, si respira un’aria differente. Vede, tutto quello che sta accadendo, non solo ha il sapore del “golpe” o dell'”eversione”, ma soprattutto va a svantaggio dell'università».
C’è anche l’ipotesi di dividere in due il reparto: cardiochirurgia ospedaliera e cardiochirurgia universitaria...
«Sarebbe un’ipotesi sciagurata: impoverirebbe di posti letto la cardiochirurgia universitaria e costringerebbe a chiudere la specializzazione o il corso di studi. Non esiste un motivo fondato per farlo, se non pretesti, e tutto questo è sicuramente ispirato dall'esterno, dai soliti noti che non hanno niente a che vedere con la sanità e che più di una volta nel corso dei 12 anni della mia direzione di cardiochirurgia di Chieti hanno provato a mettere in crisi il sistema».
Chi sono i soliti noti?
«Non mi faccia fare nomi».
Esiste anche una questione di sopravvivenza delle due cardiochirurgie abruzzesi? Secondo il ministero il bacino di utenza di una cardiochirurgia dovrebbe essere di almeno 1,2 milioni di cittadini».
«Tutto prende le mosse dal decreto Balduzzi, il quale però stabilisce che in caso di realtà strutturate che rispondano a determinati standard il bacino di utenza può scendere a 600mila. In Abruzzo abbiamo due cardiochirurgie, a Chieti e Teramo, che sono per risultati ai vertici dell'eccellenza, ma che numericamente sono impediti nel soddisfare l’utenza: 1.200.1300 interventi l’anno è il fabbisogno, mentre oggi se ne fanno 800 circa».
Perché?
«Perché non ci si mette i denari. E perché c'è stato qualche ostacolo politico».
Dunque nella cardiochirurgia l’Abruzzo dovrebbe investire?
«Si deve investire nella cardiochirurgia e poi nel dipartimento, solo così l’ospedale diventerebbe la casa del paziente e non la casa del medico».
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