Casa a rischio, gli indizi che possono allarmare

Muri irregolari, ampliamenti o sopraelevazioni, appesantimento dei tetti L’esperto: evitate però l’autodiagnosi, meglio rivolgersi a un tecnico
Le pietre non squadrate. «Le tessiture murarie irregolari». Era a vista la fragilità delle case di Amatrice. Lo è di molti borghi d’Italia. La legge in Italia non obbliga i privati a mettere in sicurezza le abitazioni dai terremoti, tuttavia Mario Sassu, docente di Tecniche delle costruzioni all’università di Pisa, suggerisce come vedere se le abitazioni hanno bisogno di una “diagnosi” da parte di un tecnico specializzato. Se possono essere a rischio.
Si tratta di indicazioni adatte anche a non addetti ai lavori. Un’occhiata al tetto, agli ampliamenti o ai materiali può bastare per mettere in guardia. Soprattutto chi vive o ha immobili nelle zone a rischio sismico medio-alto. Del resto Sassu di esperienza nel settore ne ha maturata: con la Rete dei laboratori universitari di ingegneria fisica ha partecipato alla ricostruzione dopo i terremoti dell’Aquila e dell’Emilia.
Professore Sassu, non c’è modo di obbligare i privati ad adeguare le case alla normativa anti-sismica?
«A meno che un cittadino non costruisca ex novo un edificio o non debba effettuare lavori di ristrutturazione, oggi la legge non obbliga in alcun modo a intervenire sugli edifici privati. Può darsi che la norma cambi anche in conseguenza degli ultimi avvenimenti, ma per ora non è così».
Come si può difendere, allora un privato, dai terremoti?
«Eviterei l’autodiagnosi, come in medicina: è sempre rischioso. Anche se ci sono alcuni elementi che si possono osservare per capire se l’edificio, soprattutto la casa, può avere bisogno di essere protetta da un terremoto».
Qual è il primo elemento da osservare per capire se una casa potrebbe essere a rischio dal punto di vista anti-sismico?
«La tessitura muraria irregolare. Abbiamo, purtroppo, l’esempio di Amatrice. Quando un edificio è costruito con pietrame molto irregolare l’indicatore è negativo. Certo questa è un’analisi molto superficiale e parziale».
Ci saranno altri elementi di allarme.
«Certo. Un altro elemento da tenere in considerazione sono gli ampliamenti e le sopraelevazioni. Soprattutto quelli realizzati prima del 1981, anno in cui sono stati emanati i decreti attuativi della moderna normativa anti-sismica».
Perché bisogna badare agli ampliamenti?
«Perché spesso sia gli ampliamenti che le sopraelevazioni sono stati progettati e realizzati senza tenere di conto della struttura originaria del fabbricato. Di fatto, è stata modificata l’organizzazione originaria dell’edificio. Magari la costruzione era stata realizzata in modo empirico, ma con buon senso. Le modifiche, invece - ad esempio l’agibilità del sottotetto, il salone doppio, il rialzamento di un piano - comportano l’aumento di carico delle strutture. E stravolgono il comportamento dell’edificio. Chi ha effettuato le modifiche pensava che con un po’ di ferro e qualche trave l’edificio potesse reggere, ma non è così».
Ci sono altri elementi da tenere in considerazione?
«Sì. L’appesantimento dei tetti: negli anni ’70 e ’80 (quando già era in vigore la nuova normativa anti-sismica, ndr) andava di moda realizzare una soletta di cemento armato sopra i tetti in legno, che sono leggeri ed elastici. Caricandoli di peso, si aumenta l’effetto negativo delle vibrazioni».
L’attenzione deve essere la stessa per gli edifici vecchi e quelli recenti?
«Vorrei fare una distinzione. Consiglierei di prestare attenzione, in generale, all’edilizia realizzata nel dopoguerra, diciamo negli anni ’60, perché talvolta, per ricostruire in fretta, è stato usato cemento armato di qualità scadente: purtroppo è quello che abbiamo visto all’Aquila. Sono crollati edifici tirati su con poco cemento, con l’acciaio che si sfilava».
Come ingegneri state provando a cambiare la normativa?
«Tutti gli ordini professionali si stanno muovendo per favorire la prevenzione. Per noi sarebbe un successo ottenere come obbligatorio l’istituzione del “fascicolo del fabbricato”, una sorta di documento di identità dell’edificio che riporti dalla data di edificazione allo stato di conservazione, per rendere consapevoli i proprietari delle criticità in cui versa l’immobile. Poi la scelta spetta al privato se continuare a vivere in una casa a rischio o se effettuare lavori per metterla in sicurezza».
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