«Che fatica è stata mettere insieme Pannella e il Pci»

26 Maggio 2016

Caroccia racconta la storia della lista aquilana Genziana oggi incensata ma nel 1990 boicottata dentro e fuori il partito

PESCARA. Nel 1990 L’Aquila divenne un laboratorio politico nazionale con la Genziana, una lista civica comunale dove confluirono personalità del Pci, della Dc, del Pri. Capolista era Marco Pannella. Regista dell’operazione fu Edoardo Caroccia, allora segretario di federazione del Pci dell’Aquila, oggi editore con la sua Textus Edizioni. Della lista Genziana si è parlato molto in occasione della scomparsa del leader radicale. «Pedrché oggi tutti si scoprono pannelliani», commenta Caroccia, «anche quelli dell’allora Partito comunista che invece lo combatterono».

Caroccia, come nacque l’idea della lista?

«In una riunione in federazione dissi che volevo affrontare le elezioni amministrative con uno spirito nuovo (era il 1989 e stava cambiando tutto), e che volevo farlo con una lista senza il simbolo del partito».

E che cosa le risposero?

«Il gruppo dirigente fu sostanzialmente d’accordo. E allora cominciai a lavorarci e soprattutto a pensare a un capolista. Pensai dapprima a un ex deputato del Pci, Federico Brini, poi a Ferdinando Bologna, lo storico dell’arte, e mi venne in mente anche Stefano Rodotà. Però c’erano sempre dei problemi, così lo storico Umberto Dante mi suggerì il nome di Pannella».

E lei?

«In quel momento si parlava molto della rivolta di piazza Tienanmen, scoppiata tra aprile e giugno 1989, e nel Paese si era scatenata una canea contro il Pci, accusato in sostanza di essere complice del regime comunista cinese. Pannella fu uno dei pochi a sostenere che era una sciocchezza e che con quella storia non c’entravamo nulla. Dunque la proposta mi piacque, ma non pensavo che a Pannella interessasse. Dante però mi convinse a chiamarlo. Prendemmo un appuntamento all’Ergife di Roma, dove si teneva un congresso del Partito radicale, e lì Pannella mi diede un assenso di massima».

Pensava a lui anche come candidato sindaco?

«No, solo come capolista, il candidato sindaco era ancora da decidere. Pannella venne all’Aquila un paio di volte in gran segreto. Ci vedemmo anche a Roma con Giovanni Lolli, che mi diede una mano a far sì che Marco accettasse. Lo incontrammo insieme a Willer Bordon (che aveva la doppia tessera Pci-Pr), in un ristorante vicino alla Camera, dove mangiammo spaghetti alla Norma, e credo che in quell’occasione La Repubblica scrisse del “Patto della Norma”. Pannella alla fine disse di sì e ricordo anche che si commosse».

Quindi partì a costruire la lista.

«Come detto, capolista sarebbe stato Pannella, per il candidato sindaco scegliemmo Antonello Lopardi. Con noi c'erano anche un brillante avvocato come Scopano, ex assessore urbanistica, e Luciano Fabbiani, leader storico della Dc».

A Botteghe Oscure che cosa dicevano?

«Ricordo che Fassino, Angius, Petruccioli, erano meravigliato, ma si preoccuparono soprattutto del democristiano Fabbiani. Mi chiamarono a rapporto a Botteghe Oscure e vollero sapere tutto su di lui».

Da dove nasce il nome Genziana?

«Il movimento che creammo si chiamava Convenzione democratica, ma per la lista volevamo un elemento locale. Allora pensammo alla genziana. Chiesi a un compagno, Roberto Castri, di disegnare il simbolo e lui copiò praticamente quello della Südtiroler Volkspartei. Io mi preoccupai perché temevo una denuncia, ma Pannella ne fu entusiasta: se ci denunciano va benissimo».

In perfetto stile Pannella.

«Sì ma io già cominciavo ad avere problemi nel partito: malumori, resistenze. Volevo evitare ulteriori elementi di rottura. Poi Pannella sparì».

In che senso spari?

«Sparì. Un giorno lo chiamai e scoprii che era in Burkina Faso e che poi sarebbe andato in Croazia. Stava creando il suo partito transnazionale. Gli dissi: “Marco, ma la lista?” “La lista non è un fatto politico locale”, mi rispose, “è nazionale e transnazionale, ne posso discutere anche in Croazia”. E un po’ aveva ragione, perché L’Aquila diventò un laboratorio politico nazionale, assieme a Venezia».

Però nel partito cominciavano le resistenze.

«Nacque un vero e proprio scontro quando in Sicilia il segretario regionale della Fgci Pietro Folena fece una “lista antimafia”. Pannella saltò su dicendo: “Che significa? Significa che tutti quelli che non stanno in lista sono mafiosi? Io non sono d’accordo”. La Fgci dell’Aquila si schierò subito con Folena e cominciò a boicottare la nostra lista. Ricordo che chiesi a Stefania Pezzopane, che era in lista con noi, di trovarmi qualche candidata donna e lei non me ne trovò neanche una».

Pezzopane però restò in lista.

«Ma faceva parte di quel pezzo di partito che mi rallentava il lavoro. Ogni cosa diventava un problema, per ogni dichiarazione di Pannella si chiedeva una riunione della direzione del partito. Non si accorgevano che il mondo stava cambiando».

Però da Roma restava acceso il segnale verde.

«C’erano i cossuttiani contrari, ma per esempio uno come Veltroni mi appoggiò molto e si disse pronto a venire all’Aquila. Il segretario del partito Achille Occhetto era più cauto. Il 25 aprile annunciò la sua presenza con Pannella al comizio di chiusura della campagna elettorale, ma non venne, credo per pressioni partite anche dall’Aquila».

Però alle urne la lista ebbe una buona affermazione.

«Perdemmo nelle frazioni dove il partito era forte e vincemmo all’Aquila centro, dove c'era la borghesia aquilana più illuminata e aperta. Una riprova del fatto che il partito frenò. Ma era tutto il partito regionale a frenare, ricordo che la federazione di Chieti minacciò le dimissioni in massa. Però facemmo meglio del partito a livello nazionale».

Pannella come prese il risultato?

«Il giorno dopo venne all’Aquila per un comizio di ringraziamento. Io non volevo partecipare, lui mi ci trascinò. Lungo la strada che portava a piazza Duomo mi fece coraggio: “Non devi essere dispiaciuto”, mi disse, “perché tu e i tuoi avete combattuto nell'interesse della città, gli altri hanno combattuto per le loro carriere”».

Per lei si chiuse lì la carriera politica?

«Io ero diventato il “pannelliano”, e mi portai appresso questa nomea come segno di derisione e di scarsa attendibilità. Invece oggi sono tutti pannelliani. Mi presentai dimissionario al comitato federale Su 61 votanti 30 si astennero, 31 votarono a favore delle dimissioni, il trentunesimo andarono a prenderlo per le scale ».

Di quell’esperienza che cosa resto?

«Ci fu una vera e propria restaurazione, frutto di un’alleanza tra il vecchio partito e i giovani. Quando tre anni dopo si votò ancora per il Comune, l’esperienza della Genziana non venne neanche presa in considerazione. Fabbiani fu dimenticato. A candidato sindaco scelsero un funzionario di partito, Antonio Centi».

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