«Combatto per chi è sfortunato»

PESCARA. E' quando stringe le mani dei "suoi" ragazzi all'istituto tecnico "Manthonè" che Elena Marrone, 41 anni, di Pescara, sente di avere fatto la scelta giusta: quella di aiutare bambini e...
PESCARA. E' quando stringe le mani dei "suoi" ragazzi all'istituto tecnico "Manthonè" che Elena Marrone, 41 anni, di Pescara, sente di avere fatto la scelta giusta: quella di aiutare bambini e ragazzi con una disabilità cognitiva o fisica a trovare il loro spazio nel mondo, la loro forza, gli strumenti per essere al passo con i coetanei più fortunati, che non hanno una disabilità. Una sfida non da poco, che Elena ha deciso di affrontare sin da giovanissima.
La strada, intrapresa tra mille domande su un mestiere delicato, è quella dell'assistenza specialistica, che Elena porta avanti nell'istituto pescarese dal 2007 come se fosse il primo anno, perché «l'emozione e l'apprensione di lavorare con ragazzi che hanno queste problematiche è sempre molta». Oltre alla passione, al desiderio di aiutare, oltre all'etica e all'altruismo, per svolgere un lavoro che è quasi una missione «serve tanta competenza». «Ho capito con il tempo quanto fosse importante la preparazione specialistica, perché nel Sociale se non hai le giuste e approfondite conoscenze puoi anche fare danni», spiega Elena.
Il rammarico dell'educatrice professionale è di vedere che dopo la scuola, dove i ragazzi con disabilità vengono accompagnati e aiutati dagli specialisti, c'è il vuoto. «Il nostro welfare non accompagna le famiglie con dei ragazzi disabili nella vita post-scuola, è difficile trovare progetti sociali o borse di studio dedicati a loro, oppure percorsi di tirocinio per l'introduzione nel mondo del lavoro». Come il caso di un ragazzo con ritardo cognitivo che Elena ha seguito una decina di anni fa: dopo il diploma, per lui non ci sono state più opportunità. Così, la sfida diventa più tenace. «Noi assistenti specialistici siamo in trincea con i bambini e i ragazzi, combattiamo insieme a loro», racconta, «una missione, quella dei lavori cosiddetti “di cura”, che in generale il nostro Paese affida culturalmente alle donne». (m.g.)
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