Comuni: fusioni o unioni? Meglio associare i servizi

19 Ottobre 2014

Nel 2014 in Italia sono nati solo 24 nuovi enti da un progetto di fusione Montepara (Anci): togliere i municipi lascerebbe in abbandono interi territori

PESCARA. «In questo ultimo anno ci sono state più fusioni tra piccoli Comuni che negli ultimi 20 anni». La dichiarazione del sottosegretario Graziano Delrio, qualche giorno fa a Radio anch'io, è giustamente enfatica. Ma nasconde numeri piccoli. Dall'inizio del 2014 sono stati istituiti in Italia appena 24 nuovi comuni da fusioni che hanno portato alla soppressione di 57 enti locali su un totale di 8.057. Tra le regioni interessate l’Abruzzo non c’è: ci sono invece l’Emilia-Romagna (4 fusioni), il Friuli-Venezia Giulia (1), la Lombardia (9), le Marche (2), la Toscana (7) e Veneto (1).

In Abruzzo, che comprende secondo l’Istat ben 250 comuni sotto i 5mila abitanti su un totale di 305, qualcosa comunque si muove. È di poche ore fa l’annuncio del progetto di fusione di Popoli con Collepietro e San Benedetto in Perillis, sottoscritto dal sindaco di Popoli Concezio Galli e dai colleghi Massimo Tomassetti e Antonio Scarcia (ora dovrà essere la Regione con una propria legge a sancirla). Mentre a pochi chilometri, nell’area metropolitana pescarese, resta nel limbo il ben più ambizioso progetto di fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore (una realtà da 192mila abitanti) nonostante la recente vittoria dei “sì” nel referendum consultivo.

In realtà lo strumento per favorire l’aggregazione dei Comuni c’è: sono le Unioni Comunali, che consentono di associare i Comuni senza metterne in discussione l’esistenza e l’identità. Quel che non c’è è una legge adeguata: l’attuale è infatti è farraginosa e poco incentivante. In seno all’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, si fa il tifo per le Unioni di Comuni, mentre sulle fusioni c’è freddezza. «È vero, la situazione amministrativa ed economica sta spingendo tante amministrazioni a prendere in seria considerazione la fusione», spiega Fabrizio Montepara, sindaco di Orsogna e referenze dell’Anci Abruzzo per i piccoli comuni (che aggiorna e attualizza il dato Istat a 267),«ma si tratta di un problema più sentito in altre realtà, come la Lombardia. Da noi siamo più restii, perché chiudere tal quale un comune dopo centinaia di anni di storia diventa complicato: non si riescono a percepire i vantaggi, mentre lo Stato italiano non ha visione unitaria su questo aspetto, non prende posizione se non diminuendo i trasferimenti. Ma un municipio, per quanto piccolo è, con il sindaco e il consiglio, un presidio reale del territorio. Se chiudi avrai presto porzioni di terreno abbandonati e dimenticati. E quando ci sono emergenze lo Stato alla fine spenderà di più». Meglio dunque lavorare sulle associazioni di comuni, dice Montepara, mettendo insieme alcuni servizi, come la polizia municipale o la ragioneria e semplificando le normative che riguardano le piccole municipalità «che non possono avere le stesse regole di Roma», insiste Montepara, scettico però sulla capacità di visione dei politici romani («Hanno chiuso le Province lasciando aperte le Regioni. Il legislatore nel dopoguerra si era dimostrato più concreto, articolando lo Stato in Province e Comuni»).

E se una regione come l’Abruzzo ha metà del suo territorio in area montana, le cose si complicano e c’è necessità di una diversa strategia, come sostiene il movimento “Ripensiamo il territorio” nato per l’area Aquilana-subequana. Nei giorni scorsi il governatore Luciano D’Alfonso ne ha parlato con i sindaci, promettendo interventi per «adeguare la quantità e qualità dei servizi di istruzione, salute, mobilità e promuovere progetti di sviluppo». I progetti in questa prima fase si concentreranno su quattro macro-aree individuate in base alla loro distanza dei centri di offerta dei servizi. Anche questo un modo per declinare i concetti di unione e fusione, al di là del mero dato demografico.