Comunità montane pagati per non lavorare

Gli enti sono in liquidazione, ma la Regione non ha ancora deciso cosa farne Il personale non viene impegnato e i beni rischiano di essere svenduti ai privati
PESCARA. Nei giorni scorsi il presidente della regione Luciano D’Alfonso ha riunito un po’ di dirigenti per capire come risolvere la questione dei circa 60 dipendenti delle Comunità montane (molti vicino alla pensione) pagati per non lavorare, perché i loro enti sono commissariati e in liquidazione. D’Alfonso vorrebbe destinarli al servizio gestione dei rifiuti, carente di personale, ma la Regione ha il problema dei dipendenti delle Province che aspettano anche loro di essere ricollocati. In via prioritaria. Una sentenza della Corte dei Conti dello scorso ottobre ha infatti ricordato perentoriamente alle Regioni che vanno prima ricollocati i dipendenti delle Province, poi tutti gli altri. Per la Regione, che ha già dovuto riassorbire i molti dipendenti dell’Arssa, il problema non è di facile soluzione.
Nel frattempo le comunità montane e i loro commissari liquidatori sono nel limbo e i beni immobili degli enti (soprattutto le sedi ma anche struttutre sportive o sociali), in mancanza di trasformazione delle Comunità montane in unioni di comuni montani potrebbero finire ai privati a prezzi stracciati. «Come commissario ho presentato il piano di liquidazione nel maggio 2015», dice Adamo Carulli, commissario della Comunità montana Maielletta «da allora non ho ricevuto nessun tipo di segnale sulle cose da fare, soprattutto per la ricollocazione dei nostri due dipendenti». Carulli ha anche tentato di convincere i sette sindaci della comunità a formare le unioni dei comuni, previste dalla legge di riordino dell’ente, ma, dice Carulli, «la proposta è stata combattuta e osteggiata, a partire dal sindaco di Rapino Rocco Micucci (vedi intervista in basso, ndr.)». «I sindaci vedono nelle unioni il proprio fallimento. E in effetti non c’è una sola unione dei comuni che ha funzionato senza aver determinato costi aggiuntivi. Funzionano le fusioni, ma dovrebbero essere normate dal legislatore nazionale». Nel frattempo la Regione trasferisce alle comunità montane solo i soldi per gli stipendi dei dipendenti «che pure non svolgono nessun tipo di attività», conferma Carulli, «oltre alla predisposizione del bilancio e ad altri adempimenti burocratici, come se l’ente esistesse ancora. In più la sciagurata legge di riforma ci ha tolto anche il ruolo svolto all’interno dei servizi sociali». Per fortuna la Comunità Montana Maielletta non ha debiti e con l’avanzo di cassa riesce a pagare le bollette. Ma fino a quando? Nel frattempo in molti piccoli comuni montani chiudono le scuole, i servizi vengono interrotti, le strade franano e non vengono sistemate.
«Abbiamo ottenuto la promessa di essere convocati dalla Regione», dice Carulli, «Da un anno si parla di rilanciare le Comunità montane trasformandole in qualcosa su cui la Regione sia disposta a investire». L’alternativa è la morte lenta dell’Abruzzo montano e «una radicale mutazione dell’identità di questa regione». Il presidente regionale dell’Uncem (l’unioine nazionale delle comunità montane) Antonio Innaurato sostiene invece la necessità di creare in Abruzzo un vero Distretto della montagna: «Possiamo favorire le unioni dei comuni dove è possibile» dice Innaurato, «per il resto dobbiamo studiare un distretto montano che abbia caratteristiche effettivamente montane e al quale poter riservare dei bandi per investimenti». Una soluzione che va studiata con la Regione. Ma con chi bisogna parlare? Donato Di Matteo, assessore a Parchi, riserve e montagna? Il suo non è l’unico assessorato a occuparsi del settore. C’è l’assessore Andrea Gerosolimo che ha la delega alle aree interne (tutte montane) e all’associazionismo territoriale (unione di Comuni?); c’è il vicepresidente Giovanni Lolli che ha la delega all’Appennino Italico; c’è il sottosegretario Mario Mazzocca che ha la delega agli Enti Locali e all’assistenza tecnica ai piccoli Comuni (quasi tutti montani). Se poi si parla di ambito sociali c’è Marinella Sclocco. Infine c’è D’Alfonso che ha la delega alla rivoluzione della Pubblica amministrazione. Innaurato ha gioco facile a dire: «Con chi parlare? Non abbiamo interlocutori».
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