«Così stanno salvando mio figlio»

12 Febbraio 2015

Dal padre di un piccolo malato oncologico teramano un commosso grazie all’ematologia dI Pescara

TERAMO. C’è qualcosa di unico in una manciata di parole che riesce a fermare il tempo, a materializzare un luogo, una persona, una situazione in tutta la sua singolarità. A toccarci e a cambiarci nel profondo, come fanno le cose vere. Come quando racconti la storia di tuo figlio che ha sei anni e da quattro mesi è in chemioterapia. E mentre continua a giocare, a ridere, a tirare calci a un pallone combatte contro un rabdomiosarcoma, un tumore dell’età pediatrica con probabilità di guarigione del 70%.

La storia di Roberto (noi lo chiameremo così per tutelare un minore) è quella di un professionista teramano di 40 anni, sposato, padre di due bambini, con un lavoro, il calcetto con gli amici, le passeggiate al mare, le gite, la pizza del sabato sera. Fino all’ottobre scorso. Il suo racconto parte da qui, da quel momento in cui pensi «a me non può succedere». «E invece può capitare a tutti», dice, «ma quando io e mia moglie siamo precipitati nel tunnel qualcuno ci ha tenuto per mano. Sono i medici del reparto di ematologia dell’ospedale di Pescara».

Le sue parole, ferme e decise, hanno un obiettivo: impedire che il moto perpetuo del tempo finisca con il seppellire la memoria e vanno al di là di ogni classifica, di ogni primato nazionale. Perchè svelano una sanità pubblica fatta di uomini e donne che, infischiandosene di tagli e polemiche, fanno ogni giorno il proprio lavoro. Con professionalità e umanità. «Si parla sempre di cattiva sanità», dice, «ma io voglio raccontare la buona sanità che sto incontrando in questo centro di eccellenza abruzzese in cui posso curare mio figlio senza allontanarlo dall’affetto dei suoi cari, dei suoi amichetti, la buona sanità che ha il volto di medici e infermieri bravissimi nel loro lavoro e con una grande umanità. Voglio far conoscere queste persone, chiamarle per nome e cognome, per dire ai tanti altri genitori che vivono questa difficile esperienza che non siamo soli». E Roberto ti porta dritto al cuore di questa storia che inizia quando la moglie, facendo la doccia al piccolo, si accorge di un rigonfiamento a un testicolo. «Ci rivolgiamo al pediatra», racconta, «che ci dice di tenerlo sotto controllo e di verificare se il gonfiore aumenta. Mia moglie qualche settimana dopo nota che il gonfiore cresce e così torniamo dal pediatra che ci consiglia di farlo visitare a un chirurgo perchè potrebbe essere un’ernia inguinale. Quel medico si chiama Nicola Pappalepore, della chirurgia pediatrica di Pescara, che io non smetterò mai di ringraziare. Visita il bambino, ma ci fa fare subito una ecografia perchè c’è qualcosa di sospetto nei tessuti molli. Dopo l’ecografia eseguita dal medico Antonello Persico, un altro nome che non finirò mai di ringraziare, arriva la biopsia e poi la conferma dei sospetti: è un tumore che si chiama rabdomiosarcoma, una forma molto aggressiva che attacca subito polmone, ossa e fegato. Mio figlio torna in ospedale di sabato e gli fanno subito la Tac per escludere metastasi. Che fortunatamente non c’erano. Voglio raccontare dell’oncologo pediatrico Valerio Cecinati che pur dovendo finire il turno alle 14 ha aspettato fino a quando il bambino non ha fatto la Tac e la sera, pur essendo libero, è rientrato per accertarsi dell’esito. Pochi giorno dopo mio figlio è stato operato, il chirurgo gli ha asportato la massa tumorale. Subito dopo ha iniziato la chemioterapia». E’ una chemioterapia aggressiva: 15 cicli di cui quattro già affrontati con il ricovero e il resto da fare in day hospital. Il piccolo è stato inserito in un protocollo internazionale. «A Pescara riceve le stesse cure che avrebbe negli Stati Uniti», continua Roberto, «non dimenticherò mai la chiamata dell’oncologo sul mio cellulare dopo la prima seduta per dirmi «le cose non vanno bene...ma benissimo» perchè il bambino ha reagito nel migliore dei modi. O le parole delle dottoresse Daniela Onofrillo e Antonella Sau». Ora il bimbo non va a scuola, ma viene seguito a domicilio dalle sue maestre. «Anche in questo il reparto ti assiste», conclude, «subito dopo la diagnosi abbiamo incontrato lo psicolgo e l’assistente sociale che ci ha informato dei nostri diritti: dai permessi di lavoro all’insegnamento a domicilio». Roberto e sua moglie lottano ogni giorno. Ma non sono soli.

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