D’Auria (Movimento Turismo del vino): «Ogni bottiglia è poesia, salviamo il mondo rurale»

Intervista al presidente: «I ristoranti sono le nostre ambasciate, ma i prezzi delle bottiglie oggi sono troppo alti». Cosa serve per crescere? «La ricettività. Chi arriva non sa dove alloggiare»
ORTONA. «Con l’enoturismo raccontiamo storie. Ed è attraverso queste storie che possiamo salvare il mondo rurale abruzzese». Non ha dubbi Nicola D’Auria, il presidente del Movimento del Turismo del vino d’Abruzzo. Oggi il consorzio riunisce circa 70 aziende che, tra eventi come “Cantine aperte” e “Calici sotto le stelle”, ogni anno aprono le porte delle proprie strutture («Musei che custodiscono le storie di una famiglia e del loro prodotto») al sempre maggior numero di turisti attratti dall’Abruzzo. D’Auria plaude alle linee guida decise dalla Regione, che seguono «i tanti sforzi fatti per far guadagnare appeal all’Abruzzo» e ricorda di quando, 15 anni fa, «erano poche le aziende parte del movimento». Da allora, le cose sono cambiate: «Siamo stati degli apripista su tanti aspetti», aggiunge con fierezza.
D’Auria, come descriverebbe l’enoturismo?
«Per me il vino prodotto dalle nostre aziende – tutte medio piccole – è una “poesia” e l’enoturismo è il momento in cui viene spiegata. Con la visita alle cantine i vignaioli aprono le loro porte al mondo. È un’occasione di incontro, in primis, tra produttore e consumatore, che serve a raccontare – e a far ascoltare – la storia di quella bottiglia, che non è soltanto qualcosa con cui riempire un calice, ma molto di più».
L’evento più caratteristico dell’enoturismo è “Cantine aperte”. Qual è la sua storia?
«Nasce più di trent’anni fa, quando un vignaiolo geniale decise, in un momento di grande difficoltà per il settore, di aprire le porte della propria cantina ai visitatori. Allora c’era stato scandolo del metanolo e tanti si erano allontanati dal vino. Con “Cantine aperte” si riuscì riavvicinare il prodotto alla gente. Oggi è un evento diffuso e molto noto, che muove migliaia e migliaia di persone ogni anno, ma non è sempre stato così. All’inizio eravamo non più di 15 aziende».
Vede delle analogie tra quel momento e quello che vive oggi il vitivinicolo, che fa i conti con una diminuzione dei consumi di vino?
«Allora permise al settore di superare la crisi, ma era un periodo diverso da quello attuale. Oggi il grande problema che abbiamo è quello del costo del vino troppo alto, specialmente nei ristoranti, che dovrebbero essere i nostri primi ambasciatori. Quando si vende una bottiglia a sei-sette volte tanto il prezzo d’acquisto, c’è qualcosa che non va...».
Lei, però, è fiducioso nella forza dell’enoturismo.
«Resto convinto che sia l’unico modo per garantire la sopravvivenza del mondo agricolo abruzzese che, tra guadagni limitati e, soprattutto, mancanza di ricambio generazionale, rischia di avere grossi problemi nel prossimo futuro».
L’età media è così alta?
«Abbiamo una quindicina di cantine sociali in Abruzzo, con circa 500 soci, la maggior parte dei quali sono over 70. I giovani che si sono avvicinati alla terra poi se ne sono allontanati, perché qui i margini di guadagno sono molto più limitati rispetto a una terra come, per esempio, il Piemonte, dove un ettaro di terreno per la vigna costa veramente tanto, tanto di più».
Quest’anno, però, la vendemmia è stata buona.
«È vero: dopo due anni consecutivi terribili, la vendemmia 2025 è stata eccezionale, sia sotto il profilo della qualità che della quantità. Dicono che ci sia dell’invenduto, ma vedremo».
Come può crescere ancora l’enoturismo?
«Possiamo migliorare ancora sia nelle competenze che nella nostra capacità di raggiungere il pubblico. Le nostre cantine sono stupende e il nostro vino è straordinario, di altissima qualità: si tratta di essere dei veri ambasciatori d’Abruzzo».
Puntate al turismo di massa?
«No, noi vogliamo un turismo di qualità, non di quantità».
Come si riesce a coniugare maggior turismo e di qualità?
«La prima cosa che dobbiamo fare è aumentare l’offerta ricettiva. Chi arriva in Abruzzo, oggi, non sa dove alloggiare».
E il secondo problema?
«Si lega al primo: con tanta domanda e poca offerta – succede soprattutto nella Costa dei trabocchi – i prezzi sono inevitabilmente alti. La Regione è stata bravissima a creare appeal attorno al nostro territorio ma i turisti arrivano, vedono i prezzi e poi scappano. Dovremmo pensare anche a diffondere di più la cultura del vino, specialmente tra i più giovani».
Si pone degli obiettivi per il 2026?
«Aumentare ulteriormente il nostro appeal. Sarebbe bello chiudere l’anno con un più 30% di presenze rispetto al 2025».
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